E’
iniziato in Italia l’utilizzo in regime ordinario,
della pillola abortiva RU-486. Per mano del dottor Nicola
Blasi, responsabile delle interruzioni di gravidanza della
prima Clinica Ostetrica del Policlinico di Bari, una donna
di 25 anni, per sua scelta, è stata sottoposta
a trattamento farmacologico abortivo. Per molti organi
d’informazione e per una vasta schiera di associazioni
femministe e pseudo liberiste, questa giornata è
stata descritta come un evento ampiamente atteso, l’inizio
di una nuova era. E sembra che, così come avvenuto
in occasione del referendum del 17 maggio 1981 sulla legge
194, che ipocritamente parlava di “norme sulla tutela
della maternità”, l’evento sia stato
celebrato con grande compiacimento da molti. Inutile ancora
una volta sottolineare le nostre convinzioni, come Associazione
che si è sempre battuta in difesa della vita sin
dal concepimento, fino alla morte naturale. Parlare dunque
di ciò che è considerato da taluni un “passo
avanti” per i diritti della donna, ci amareggia,
ci lascia addosso un senso d’impotenza ma non ci
rassegna all’evidenza. La scienza progredisce, va
avanti. La ricerca compie a volte, passi da gigante e
mentre si lotta con tenacia contro i mali inesorabili
del nostro millennio, con risultati spesso limitati, con
estrema facilità si sostiene l’umanità
nel trovare soluzioni per sopprimere la vita. Non vogliamo
ripeterci elencando le convinzioni che sono alla base
delle nostre scelte, ma ricordiamo l’ennesimo richiamo
del Santo Padre Benedetto XVI, che durante la celebrazione
della Messa Crismale di giovedì 1° aprile,
dalla Basilica di San Pietro, è tornato a condannare
la pratica dell’aborto. Il Pontefice, ha fatto riferimento
al tema dell'obiezione di coscienza per i cattolici, sostenendo
che essi “rifiutano di fare ciò che negli
ordinamenti giuridici in vigore non è diritto,
ma ingiustizia, l’uccisione di bambini innocenti
non ancora nati”. Quando la legge si pone al di
sopra delle nostre convinzioni morali, è un dovere
l’esercizio della proprie certezze. Per questo non
ci spaventa parlare di aborto come omicidio, paragonare
l’interruzione volontaria della gravidanza, come
una condanna a morte contro un essere umano inerme, senza
difesa né tantomeno colpa. Tra le varie prese di
posizioni pro e contro la pillola abortiva, ci sentiamo
di riflettere su un percorso, che dal 1981, ci ha portato
a questo punto. La legge 194 premetteva tutta una serie
di condizioni, ampiamente disattese: dalla garanzia del
diritto alla procreazione, al riconoscimento del valore
sociale della maternità e la tutela della vita
umana da suo inizio. Mentre oggi l’aborto è
diventato, purtroppo, un mezzo riconosciuto dallo Stato
per sbarazzarsi di un ingombro, di liberarsi legalmente
da un intralcio alla propria vita, senza pensare che in
realtà tutto questo è la soppressione di
un essere umano. La carenza di sostegno delle istituzioni
si è manifestata nell’incompleta gestione
di un altro, fondamentale, paragrafo trascritto dal legislatore:
“Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito
delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano
i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative
necessarie per evitare che l'aborto sia usato ai fini
della limitazione delle nascite”. Per poi arrivare
all’art. 2, che tratta dei consultori e della loro
funzione in relazione alla materia, indicando il dovere
che hanno verso la donna in stato di gravidanza; l’informazione
sui diritti garantiti dalla legge e sui servizi di cui
può usufruire la donna; informarla sui diritti
delle gestanti in materia laborale; suggerire agli enti
locali soluzioni a maternità che possono creare
problemi e soprattutto contribuire a far superare le cause
che possono portare all'interruzione della gravidanza.
Prerogative disattese. Si è arrivati a compiere
con troppa facilità questa pratica, che non fa
compiere un passo in avanti all’umanità ma
la regredisce. Le premesse a tutela della vita prima di
procedere alla barbara pratica dell’aborto, sono
state trascurate, forse perché è sempre
stato più facile, non occuparsi di una “battaglia
persa”. Ma da qui deve nascere la controrivoluzione.
Una reazione che nasce dalla ferma volontà di fare
qualcosa in favore della vita. Ben vengano le dichiarazioni
dei neo governatori di Piemonte Roberto Cota e del Veneto,
Luca Zaia. Ma tutto ciò non basta. Combattiamo
questa battaglia contro la facilità di abortire,
con le armi che la stessa legge ci mette a disposizione
e cominciamo a far funzionare, finalmente in maniera adeguata,
le strutture che dovrebbero impedire alle donne, sia di
procedere all’interruzione della gravidanza con
troppa facilità, sia di sostenere quelle, la cui
angoscia è tale da pensare di ricorrere a questa
nefasta prassi. A questo sono chiamate le autorità
politiche e sanitarie, che vogliono rispondere concretamente,
dando un segnale forte di sostegno, all’aiuto ed
alla prevenzione, in favore tutte quelle donne che, con
grande senso materno e con un immenso amore per la vita,
nonostante le difficoltà personali e familiari,
continuano a mettere al primo posto quel piccolissimo
essere umano ancora invisibile ma il cui cuore pulsa come
quello di ognuno di noi. |