Per
qualcuno è uno scorciatoia verso la gloria, una
sorta di via per aprirsi le porte del Paradiso. Ma guardandolo
con l’occhio distaccato di un non addetto ai lavori,
non può che essere considerato per quello che merita:
un vero e proprio demone, che prende la vita di un’atleta,
impossessandosene e sconvolgendola per sempre, spesso
con effetti devastanti per la sua salute. Stiamo parlando
del famigerato doping, autentico “diavolo dello
sport”. Tutti conoscono le prestazioni eccezionali
raggiunte dall’uomo nell’era moderna: i campioni
dell’atletica leggera, del nuoto e del ciclismo,
solo per fare qualche esempio, non smettono di stupire
milioni e milioni di spettatori e tifosi di ogni parte
del mondo per la loro capacità di superarsi, di
andare al di là di barriere umane che sembravano
insuperabili. Le recenti olimpiadi estive di Pechino non
hanno fatto che confermare la popolarità planetaria
dello sport: chi di noi non ha ammirato le gesta del velocista
giamaicano Usain Bolt o del nuotatore statunitense Michael
Phelps, tanto per ricordare le due star indiscusse della
rassegna cinese? Eppure, purtroppo, dietro a questi risultati
fantastici (ovviamente il riferimento non è ai
due superman appena citati), sappiamo bene che spesso
si nasconde un aiuto, sotto forma di “amico dell’amico
che conosce un dottore che consiglia una sostanza….”.
E quando si viene scoperti, è una rincorsa continua
alla giustificazioni più bizzarre e disparate:
complotti, disattenzioni, errori medici. La verità,
invece, è che per tanti, troppi giovani, italiani
e non, il doping è una strada parallela alla disciplina
praticata, da seguire con la medesima meticolosità
e costanza con cui ci si allena su una pista in tartan,
lungo una strada o all’interno di una vasca. Esiste
il doping individuale e quello cosiddetto “di Stato”:
famigerati sono i metodi praticati negli anni Ottanta
nell’ex Germania dell’Est, dove le donne venivano
“gonfiate” al punto da siglare performance
quasi maschili, in alcuni casi ancora imbattute. All’inizio
degli anni Novanta c’è stato il fenomeno
delle nuotatrici cinesi, d’improvviso divenute “divoratrici”
in serie di record mondiali. “Il nostro segreto
è bere sangue di tartaruga” amava ripetere
il loro allenatore, salvo poi scoprire che l’elisir
di lunga vita era di tutt’altra natura. Ma esiste,
molto più radicato, un doping per i singoli, realizzato
da medici privati a costi elevatissimi: il dottore Fuentes
e l’Operacion Puerto, nel ciclismo, o il caso Balco
per i velocisti statunitensi dell’atletica leggera:
sono solo due dei tanti esempi. Molte volte i mass media,
in maniera ipocrita, portano alle stelle i campioni del
momento, salvo poi scaricarli e riempirli di melma una
volta che questi vengono scoperti (la vicenda di Marco
Pantani su tutte). Ma questo deve servire da monito per
chi intraprende certe strade: vale la pena ricercare una
gloria effimera, con il rischio concreto di ritrovarsi,
da un momento all’altro, in mezzo alla polvere?
E anche a chi va bene, cosa succede una volta chiusa la
carriera? Le luci della ribalta si spengono, niente più
copertine o interviste in tv, ma dietro l’angolo
l’incubo di qualche malattia mortale. In queste
settimane la storia dell’ex centravanti di Milan,
Fiorentina e Nazionale, Stefano Borgonovo, ha riportato
in superficie il dramma della Sla, i cui casi tra gli
ex calciatori professionisti non si contano più.
Massimo rispetto e vicinanza per Borgonovo (sulla cui
estraneità a vicende di doping non abbiamo dubbi)
e la dignità con cui lui e la sua famiglia stanno
vivendo il loro cammino, ma l’invito che rivolgiamo
ai ragazzi è questo: guardatevi attorno e riflettete.
Lo sport è una cosa meravigliosa, vivetelo per
le emozioni che sa regalarvi, senza ascoltare le tentazioni
di gente senza scrupoli, pronta a vendervi e sacrificarvi
solo per denaro. Fatica zero, massimo input: ce lo insegnano
i reality show della televisione moderna; non credetegli,
per avere successo nella vita, occorrono valori veri,
che ognuno di noi può trovare soltanto dentro di
sé. Certo, anche le istituzioni sono chiamate a
fare la loro parte: negli Stati Uniti si va dritti dritti
in carcere. Marion Jones, stella indiscussa dell’atletica
leggera di qualche anno fa, è finita in gattabuia
per il suo coinvolgimento nella vicenda Balco cui facevano
riferimento prima. Lo stesso vale per la Francia, dove
il nostro ciclista Riccò è stato arrestato
e sbattuto in cella per due notti, dopo esser stato “pizzicato”
nel corso dell’ultimo Tour del France. In Italia
non si arriva a questo punto, ma il vento anche da noi
sta cambiando, ed è giusto così: il doping
è una truffa bella e buona che, oltre ad ingannare
la passione di milioni di tifosi, falsa l’andamento
di manifestazioni attorno a cui ruotano interessi enormi.
Logico, quindi, che chi sbaglia paghi un prezzo adeguato.
Lo sport pulito era e resterà per sempre, probabilmente,
soltanto un’utopia, ma la Giustizia, quella con
la “G” maiuscola, può far sì
che chi bara venga riportato sulla terra. Certezza della
pena per coloro che delinquono: la nostra associazione
lo ha chiesto tante volte, attraverso le colonne di questo
sito. Ebbene: che ciò valga anche nello sport.
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