Aborto:
centinaia le motivazioni addotte per giustificare socialmente
e personalmente una scelta tanto drammatica. Precarietà
economica, precocità
del proprio percorso di vita, instabilità relazionale
e soprattutto infauste diagnosi prenatali sul feto. Eppure,
non pochi genitori, nel silenzio dei tam tam mediatici,
decidono di privilegiare la vita. È a questi che
si rivolge La quercia millenaria di Roma. Nata nel 2004
e divenuta onlus nel 2006, l'associazione sostiene genitori
alle prese con una gravidanza che presenta
malformazioni fetali talmente gravi da far ritenere il
nascituro un «feto terminale»; accompagna
cioè la scelta delle famiglie che hanno deciso
di dare alla luce un figlio che ha ricevuto la diagnosi
di «incompatibile con la vita» a causa delle
sue patologie, rinunciando al ricorso dell'aborto terapeutico.
Si tratta dell'unico centro di aiuto per feto terminale
operante in Italia.
Oggi la struttura di Roma può contare sulla collaborazione
di specialisti in ginecologia e ostetricia, di un comitato
scientifico e, soprattutto, di una rete di famiglie che
hanno attraversato lo stesso percorso umano. L’associazione
è collegata al miglior centro in Italia per la
diagnosi e la terapia fetale, quello del Policlinico Agostino
Gemelli di Roma guidato dal professor Giuseppe Noia, cofondatore,
vicepresidente e direttore del comitato scientifico della
Quercia millenaria onlus. La struttura ha disposto un
alloggio gratuito nelle vicinanze del Gemelli per la residenzialità
delle coppie nella fase delle terapie fetali o del parto.
Proprio lì, siamo andati ad incontrare il presidente
della Quercia millenaria, Sabrina Pietrangeli. È
grazie a lei che l'associazione è nata e diventata
punto di riferimento per la tutela della maternità
e della vita del nascente.
Era il 2003 quando Sabrina è rimasta incinta del
terzo figlio. Al quinto mese di gravidanza l'ecografia
rilevò un quadro assolutamente critico. La diagnosi:
malformazione alle vie urinarie con compromissione di
un rene e assenza quasi totale del liquido amniotico.
I medici parlarono di feto terminale, incompatibile con
la vita. Se la gestazione fosse stata portata a termine
con tutta probabilità il bambino uscendo dall'utero
avrebbe perso la vita. La diagnosi fu confermata da altri
medici che consigliarono l'aborto terapeutico. «Io
e mio marito - racconta Pietrangeli - non ci pensammo
neanche per un secondo. Poteva sembrare assurdo portare
per nove mesi in pancia un bambino e poi vederlo morire.
Ma avevo la certezza che quanto mi stava accadendo fosse
stato già pesato sulle mie spalle dal Signore.
Molti, tra famigliari e conoscenti, non comprendevano
questa scelta. Andare in giro con il mio pancione portando
in me la morte sconcertava tutti tranne me e mio marito.
Portavo in giro un progetto di vita. Non una vita di novant'anni,
ma di nove mesi».
A quindici giorni dall'infausta sentenza, Sabrina e il
marito consultarono il professor Noia al Policlinico Gemelli,
il quale, pur confermando la diagnosi, propose altre verifiche
per mettere in campo tutti i mezzi per poter salvare quel
figlio. Purtroppo il quadro clinico si confermò
così compromesso da rinunciare a qualsiasi intervento.
Il bambino di Sabrina avrebbe dovuto cessare la propria
attività vitale nel giro di una settimana. Ma dopo
venti giorni il bambino continuava a muoversi, anzi aveva
intensificato la sua presenza.
«Quando abbiamo visto i risultati della seconda
ecografia, stentavamo a crederci. Lo avevamo lasciato
venti giorni prima, pieno di urine fetali nell'addome
e quasi senza liquido amniotico. Lo ritrovavamo completamente
ristabilito, non più con il piede torto, senza
quella linea attorno alla testa che denotava scompenso
cardiocircolatorio. L’uretere non sembrava più
dilatato e il cuore funzionava perfettamente. Rimaneva
un rene un po' ingrossato, ma il bambino, seppur a rischio,
avrebbe visto la luce e sarebbe vissuto. Giona è
nato il 25 agosto 2003 e per sette mesi siamo rimasti
in ospedale. Ha subìto quattro interventi chirurgici,
un blocco renale e una setticemia. Ora vive, è
un bambino sano».
Sabrina scrisse la storia di Giona, Il manoscritto, prestato
a un giovane amico pediatra, sbarcò in Sicilia
e li provocò le prime reazioni a catena. Dopo averlo
letto, due giovani donne decisero di non abortire. «Da
quel momento abbiamo deciso di metterci al servizio degli
altri, creare un sito internet, poi una rete di famiglie
e il centro. C'è chi ci chiede se non sia egoistico
mettere al mondo un bambino con una malformazione per
averlo a tutti i costi. Ma io chiedo: non è forse
più egoistico ucciderlo? ».
Eliminare non è terapeutico
Attorno alla Quercia millenaria negli anni si sono raccolti
medici, neonatologi come Carlo Bellioni, psicologi, chirurghi
ed esperti di temi etici come la dottoressa di ricerca
di bioetica all'università cattolica del Sacro
Cuore, Anna Dalle Ore. «Al cospetto di una gravidanza,
noi ci troviamo di fronte a un
principio di realtà», spiega a Tempi Dalle
Ore. «Ossia, dobbiamo riconoscere di essere nello
stato di attendere la nascita di un bambino che c'è
e non è un grumo di cellule. È una persona
nel suo cominciamento. Ed è un evento naturale
per ognuno di noi, che tutti siamo stati embrioni, arrivare
al compimento, alla nascita. Nonostante questo, per ragioni
diverse, si tende a far prevalere il principio di autonomia.
L'autodeterminazione. Attraverso di essa la donna decide
di arrogarsi il diritto di scegliere se quel bambino,
che è
già vita, arriverà alla nascita o meno.
L’evoluzione naturale è la nascita di quel
bambino, poi la legge italiana codifica l'arbitrio umano,
introducendo l'interruzione volontaria di gravidanza.
Si produce addirittura un falso scientifico quando si
parla di aborto terapeutico. È un ossimoro linguistico.
Eliminare un paziente non è terapeutico. Una puntura
intracardiaca che fa cessare il battito di un bambino
non è un evento in suo aiuto. Di fatto, si anticipa
l'evento morte, che in ogni persona è naturale
dopo il parto, mai prima».
Oggi il centro si sta organizzando per costruire una casa-famiglia,
in grado di aiutare, anche logisticamente, le tante coppie
che stanno giungendo da tutta Italia. «Sono molte
di più di quanto si creda le famiglie che decidono
di affrontare questo percorso», sottolinea Pietrangeli.
«Persone che hanno dato un senso alla loro sofferenza
e quella sofferenza è diventata il senso della
loro vita». |