Il
20 dicembre è stato un anno dalla morte di Piergiorgio
Welby. Merita d'essere ricordato perché ha molto
sofferto e perché ha speso l'ultima parte della
sua vita in una testimonianza che lascia un segno indelebile
nella vita degl'italiani.
Questa sua testimonianza, tuttavia, non riguarda il diritto
a morire, come lui avrebbe voluto. Tra l'altro, l'assoluzione
del medico che dopo mille polemiche gli "staccò
la spina" conferma che Welby non è morto per
eutanasia (che resta illecita in Italia sotto il profilo
legale, oltre che sotto quello etico), bensì usufruendo
del diritto a rifiutare le cure mediche. Questo è
un diritto che, sì, è garantito dalla Costituzione.
Invece la testimonianza preziosa di Welby, ancorché
involontaria, rimane quella della vitalità, della
gagliardia, in definitiva dell'insopprimibile umanità
che pulsa in corpi delle persone come lui, murate entro
un corpo che non risponde più e che non si può
guarire. Welby voleva morire, ma ha lasciato in tutti
l'impressione forte di un uomo brillante, determinato,
nel possesso delle sue facoltà: non inferiore a
chicchessia, benché confinato in un letto. E disperato,
purtroppo.
Il primo effetto della testimonianza di Welby è
stato l'aver strappato all'anonimità migliaia di
persone come lui. Quantunque nell'indifferenza di molta
stampa, che preferiva crogiolarsi col tema mediaticamente
più caldo dell'eutanasia sì-eutanasia no,
contemporaneamente alla famosa lettera di Welby a Napolitano
ci furono altre lettere e manifestazioni. In particolare,
ci fu un sit-in di duecento carrozzine davanti al ministero
della Salute, per reclamare dalle autorità civili
il diritto non a morire, bensì a vivere con l'indispensabile
dignità. Quando infatti malattie terribili come
la sclerosi multipla, la distrofia muscolare (di cui soffriva
Welby),la sclerosi laterale amiotrofica, tetraplegie da
trauma o di altre origini prendono il sopravvento sulle
normali funzioni dell'organismo, vivere diventa impresa
dura. Parecchi di questi malati sperimentano l'incapacità
a respirare senza ausilio, a vedere, a parlare,a muovere
il più piccolo muscolo. E se per loro l'esistenza
diventa faticosa, figurarsi per le persone che si occupano
di loro: si tratti di familiari o di volontari, devono
sobbarcarsi a un. duro e continuo compito. Che è
una pre-condizione per la vita dignitosa di simili malati,
insieme a macchinari di solito molto costosi e altrettanto
indispensabili: come, per esempio, un comunicatore che
permetta di esprimersi in maniera intellegibile attraverso
minime movenze di un dito o perfino delle pupille. Piergiorgio
Welby aveva un computer che svolgeva questa funzione.
Parecchi non possono permetterselo.
Non c'è dubbio che persone così malate vorrebbero
morire, se non avessero qualcuno che li ama, li assiste,
fornisce loro ciò di cui hanno bisogno. Una pur
minima necessità diventa un macigno insopportabile,
se mancano l'aiuto e l'attenzione.
Due bei libri, in queste settimane, ci mostrano che invece
nel mondo dei malati gravissimi e non autosufficienti
prevale di gran lunga il grido in favore della vita. Leggete
l'autobiografia del loro leader, il medico e malato Mario
Melazzini (Un medico, un malato, un uomo, con Marco Piazza,
Lindau, Torino 2007, pp. 144, €12,00), e le storie
raccolte da Massimo Pandolfi in un un libro-inchiesta
- L'inguaribile voglia di vivere, Ares, pp. 176, €12,00
- di cui abbiamo già parlato su queste pagine (8.9.07).
Questi malati vogliono vivere. Ora lo sappiamo, anche
grazie a Welby. Ed è anche chiaro che questa voglia
di vivere è un diritto a cui lo Stato non può
restare sordo. |