Prato,
le 1 e 30 di ieri notte. Nelle stanze del Pronto Soccorso
dell’ospedale imedici hanno disposto il ricovero
di un’anziana di 102 anni, suocera di Mariso Mordini,
pensionato che di anni ne ha 72. «Vai pure a casa,
resto io con lei», gli ha detto allora la moglie,
salutandolo. Non potevano sapere che quella sarebbe stata
l’ultima frase che si sarebbero scambiati in vita.
Così Mariso ha salutato gli altri pazienti in attesa,
ed è uscito nella notte umida di pioggia. Il tempo
di fare pochi passi e, nel giardino dell’ospedale,
è stato avvicinato da una rom. Cosa si siano detti
non è certo, potrebbero stabilirlo i filmati delle
telecamere che gli inquirenti stanno esaminando in queste
ore. Forse la ragazza ha chiesto di cambiare 500 euro,
come aveva fatto poco prima con una guardia giurata. Forse
voleva dei soldi. L’unicacosa certa, come racconteranno
i testimoni, è che l’uomo a quel punto ha
alzato la voce: «Ma cosa stai facendo? Metti giù
quel coltello!». Poi il silenzio. Quando la porta
del Pronto Soccorso si è riaperta, Mariso Mordini
aveva il volto di cera. Una mano sul petto a cercare di
tamponare il sangue. «Mi ha accoltellato»,
ha sussurrato. Poi è crollato a terra. La vita
di Mariso Mordini se n’è andata così,
con il cuore spaccato da un solo colpo di coltello. Una
morte folle per mano di un’assassina sciagurata.
Già, l’assassina. Quando è arrivata
la polizia, lei era ancora lì, fra gli astanti
del Pronto Soccorso. «Che ci fai tu qui? Cos’hai
combinato?», le hanno chiesto gli agenti. E quando
lei, in stato confusionale (forse l’effetto di psicofarmaci,
forse altro) ha confessato, indicando la siepe dove aveva
gettato il coltello da cucina, gli uomini della Mobile
non si sono poi stupiti. Perché loro la conoscevano
bene «la zingara che vende le bandierine».
Si a Prato la conoscono in tanti Aida Halilovich, rom
di 22 anni che da sempre passa le giornate in centro con
la sorella a chiedere soldi, senza perdere l’occasione
per qualche borseggio. Una vita ai margini, la sua, con
un destino segnato al quale si regola, compresa l’ultima
che l’avrebbe salvata. «La zingara che vendeva
bandierine», infatti, ieri sera non avrebbe dovuto
essere all’ospedale ma a casa, costretta da un obbligo
di dimora. Nel gennaio 2008, con il suo compagno, Aida
aveva rubato la borsa a una cinese. Poi aveva telefonato
alla vittima: «Se paghi te la restituiamo».
Per questo era stata arrestata e condannata a tre anni
di carcere. Ma fra le sbarre, Aida era rimasta solo quattro
mesi, poi un anno di arresti domiciliari. Quindi, dal
maggio scorso, l’obbligo di dimora a casa, dove
non sarebbe dovuta uscire fra le 21 e le 7. Ma le regole
per Aida sono sempre state roba da infrangere. Già
quando era ai domiciliari, non era stata trovata in casa
ed era stata denunciata per evasione. Peggio ancora: venerdì
scorso, era stata trovata di notte dentro l’ospedale
a molestare alcune persone. Proprio in questi giorni sarebbe
dovuta partire una nuova segnalazione al magistrato. Ora,
davanti al giudice ci arriverà con un’imputazione
non più perdonabile: omicidio volontario aggravato
da futili motivi. Quando alle prime luci del mattino,
messa alle strette dal capo della Mobile Francesco Nannucci,
ha capito la sua vita stava cambiando per sempre, dapprima
ha tentato di discolparsi: «Quell’uomo mi
aveva avvicinata prima, mi ha offeso». Poi, quando
ha capito che questa versione scellerata non stava in
piedi, dicono abbia pianto: «Giuro, non volevo ucciderlo.
Perché portavo il coltello? Per difendermi. La
notte c’è tanta gente brutta in giro».
Sciagurata. |