Un
attimo prima di iniziare la cena, Masab, figlio di Sheikh
Hassan Yousef,
capo di Hamas in Cisgiordania, lancia uno sguardo all'amico
lì con noi al ristorante. Si sussurrano qualcosa
e dicono una preghiera, ringraziando Dio e Gesù
per il cibo che hanno. Ci vogliono alcuni istanti per
digerire quest'evento: il figlio di un parlamentare di
Hamas che è anche la figura più famosa dell'organizzazione
islamica estremista in Cisgiordania, il giovanotto che
per anni assistette suo padre nelle sue attività
politiche è diventato un cristiano.
Poco dopo si gusta il suo pasto, spiegando che ultimamente,
a causa di problemi finanziari, non sta mangiando molto.
In quest'ultima settimana ha vissuto con un amico, naturalmente
cristiano, che ha conosciuto in chiesa. «Senza di
lui - spiega - sarei senza tetto». Il giovane Yousef
capisce bene le implicazioni di questa intervista, probabilmente
offenderà la sua famiglia, e
probabilmente non potrà mai più rientrare
a Ramallah. Ma, apparentemente, la sua è una crociata
personale. «So che sto mettendo in grave pericolo
la mia vita e che potrei perfino perdere mio padre, ma
spero che lui capisca tutto questo e che Dio dia a lui
e al resto della mia famiglia la pazienza e disponibilità
di aprire gli occhi a Gesù e al cristianesimo.
Magari un giorno potrò rientrare in Palestina,
a Ramallah insieme a Gesù, nel Regno di Dio. «Ora
mi chiamo Joseph (Giuseppe)», spiega fin dall'inizio.
Poco prima mi aveva accolto con qualche frase araba: «Ahalan
wasahalan (sono molto contento di averti qui)»;
e poi passando all'ebraico ha sorriso: “Shalom,
ma nishma (come va)?”.
Ci conoscemmo quattro anni fa, davanti alla prigione militare
al Campo Ofe, solamente mezzo chilometro dalla casa di
famiglia nella città di Bitunia, vicino a Ramallah.
Suo padre HassanYousef (Abu Masab), al tempo non ancora
membro del Parlamento, era uno dei fondatori di Hamas
in Cisgiordania e uno dei capi dei prigionieri che doveva
essere liberato dopo vari anni passati in carcere a causa
della sua appartenenza all'organizzazione. Per pianificare
un'intervista con lui dovetti parlare col suo figlio maggiore,
Masab, che, si pensava allora, avrebbe preso parte negli
affari politici del padre per il futuro.
Quando lo vidi nel parcheggio della prigione, fui molto
sorpreso dalla sua apparenza.
Si discostava notevolmente dall'abbigliamento previsto
per i parenti di un capo di Hamas. Sbarbato, nemmeno un
pizzetto, sfoggiava una capigliatura occidentale, jeans
e una giacca di pelle da motociclista. Ma il tumulto dei
media all'apparizione di suo padre mi fece dimenticare
quel suo aspetto così
"fuori luogo".
Da quel giorno, il giovanotto non è cambiato tanto.
Ha trent'anni e ha perso vari chili (“perché
non mangio tanto”), ha i capelli corti, è
abbronzato e assomiglia al solito israeliano californiano.
La maggior parte dell'intervista è in inglese,
per consentire al suo amico Ryan di seguire. «Da
bambino sono
cresciuto in una famiglia molto religiosa, tirato su col
principio dell'odio per gli israeliani. La prima volta
che ne incontrai alcuni fu a dieci anni, quando dei soldati
entrarono in casa nostra e arrestarono mio padre. Fino
a quel momento non ero mai stato separato da lui. In famiglia
non sapevamo nulla delle circostanze dell'arresto. La
sua appartenenza ad Hamas era una questione segreta e
sicuramente non pensavamo che fosse uno dei fondatori.
Io non capivo nulla di politica o di religione. Sapevo
solo che l'esercito israeliano aveva arrestato mio padre
varie volte, e per me lui era tutto: un uomo buono e affettuoso
che avrebbe fatto qualsiasi cosa per me. Si prendeva cura
di noi, ci faceva regali, dava tutte se stesso, mentre
i soldati erano quelli che entravano in casa e lo strappavano
via da me. Alle superiori studiai la sharia, la legge
islamica. Nel 1996, a diciotto anni, fui arrestato dalle
Forze di Difesa israeliane perché ero il capo della
Associazione islamica della mia scuola, una sorta di movimento
per i giovani dell'organizzazione. E’ così
che è iniziato il mio risveglio».
Cosa successe?
«Fino a quel memento sapevo di Hamas solamente tramite
mio padre, che conduceva una vita da persona buona e modesta.
All'inizio ammiravo l'organizzazione, ma più che
altro perché ammiravo mio padre così tanto.
Ma nei sedici mesi che trascorsi in prigione fui messo
davanti alla vera faccia di Hamas. E’ semplicemente
un'organizzazione negativa, essenzialmente negativa. Ero
lì, a sedere nella prigione Megiddo e capii cos’
era la vera Hamas. I loro capi ricevevano condizioni migliori,
il cibo migliore, più visite dalle famiglie e anche
asciugamani per la doccia. Queste persone non hanno alcun
senso di moralità, non hanno integrità.
Ma non sono stupidi come Fatah, che deruba davanti a tutti
e quindi viene subito sospettata di corruzione. La gente
di Hamas riceve denaro in modi disonesti, lo investe segretamente
mantenendo uno stile di vita apparentemente semplice.
Ma prima o poi userà questi soldi e fregheranno
tutti. Nessuno quanto me conosce loro e il loro modo di
operare. Per esempio, mi ricordo che la famiglia di Saleh
Talameh, membro del braccio militare di Hamas assassinato
da Israele, fu costretta a supplicare per assistenza finanziaria
perché fu lasciata a mani vuote dopo la sua morte.
I capi di Hamas li abbandonarono come anche le famiglie
di altri shaheeds (martiri), mentre i membri superiori
dell'organizzazione sprecavano decine di migliaia di dollari
al mese solo
per la sicurezza personale».
Per esempio?
«Anche alcuni dei capi attuali di Hamas furono coinvolti
in passato nel "braccio di sicurezza" nelle
prigioni. Erano sospettosi nei confronti dei prigionieri
che passavano troppo tempo nel bagno, anche se solo per
problemi di stomaco. Sospettavano che il prigioniero stesse
passando delle informazioni oppure che stesse avendo rapporti
sessuali con altri uomini. Un omosessuale. I gay erano
immediatamente sospettati di collaborare con il nemico.
Fu lì che capii che non tutti i membri di Hamas
erano come mio padre. Lui è un uomo buono e amichevole,
ma io scoprii la malvagità dei suoi colleghi. Dopo
il mio rilascio, persi la fede che avevo in quelli che
apparentemente rappresentavano l'islam».
Ti torturarono?
«No. Io godevo di una sorta di immunità dato
l'alto rango di mio padre». Masab Joseph ha cinque
fratelli e due sorelle. Li sente regolarmente e li tiene
aggiornati della sua situazione. Allo stesso tempo, fino
a poco tempo fa, non aveva detto alla sua famiglia della
sua conversione al cristianesimo, e al momento dell'intervista
suo padre lo sheikh ancora non lo sa. Nonostante la segretezza
della conversione, a volte Masab Joseph sembra proprio
un missionario veterano che cerca di cambiare comunità
intere.
«Vedrai, questa intervista aprirà gli occhi
di tanti, darà una scossa alle radici dell'islam,
e non sto esagerando. Conosci altri figli di capi di Hamas,
educati con i principi dell'islam estremista, che gli
vanno contro? Anche se non sono mai stato un terrorista,
ero parte di loro, circondato sempre da loro».
Come sei venuto in contatto con il cristianesimo?
«Tutto iniziò circa otto anni fa. Ero a Gerusalemme
e ricevetti un invito per andare a sentire parlare del
cristianesimo. Sono andato per pura curiosità e
mi sono ritrovato molto entusiasta di quello che avevo
sentito. Ho iniziato a leggere la Bibbia quotidianamente
e ho continuato le lezioni di religione. Tutto questo,
naturalmente, in segreto. Ero solito viaggiare fino alle
colline di Ramallah, posti come il quartiere al Tira,
per mettermi a sedere silenziosamente a leggere la Bibbia
davanti al paesaggio incredibile. Un versetto come "Ama
il tuo nemico" ebbe un impatto enorme sudi me. A
quel punto ero ancora musulmano e pensavo che sarei rimasto
tale.
Ma ogni giorno vedevo le cose terribili fatte nel nome
della religione da quelli che si consideravano "grandi
credenti". Ho approfondito i miei studi sull'islam
ma senza trovare nessuna risposta. Ho riesaminato il Corano
e i principi della fede trovandoli errati e fuorvianti.
I musulmani hanno adottato riti e tradizioni da tutte
le religioni che si trovarono intorno».
Obietto che questo è ciò che fecero tutte
le religioni, ma lui non risponde direttamente. “Io
penso - continua - che il cristianesimo ha vari aspetti.
Non è solo una religione ma una fede. Ora vedo
Dio tramite Gesù e posso parlare di lui per giorni
e giorni di fila, mentre i musulmani non potrebbero dire
niente di Dio. Per me l'islam è una grande menzogna.
Quelli che presumibilmente rappresentano la religione
ammirano Maometto più che Dio, uccidono persone
innocenti nel nome dell'islam, picchiano le proprie mogli
e non hanno un'idea di chi sia Dio. Senza dubbio andranno
all'inferno. Io ho solo un messaggio per loro: c'è
solo un percorso per il paradiso: quello di Gesù
che si è sacrificato sulla croce per tutti noi”.
Quattro anni fa ha deciso di convertirsi e dice che nessuno
della famiglia lo sapeva. «Solo i cristiani che
conobbi e con i quali stavo seppero della mia decisione.
Per anni aiutai mio padre, il capo di Hamas, e lui non
sapeva che mi ero convertito, solamente che avevo amici
cristiani».
Mi ricordo come ti vestivi al tempo. Come era
accolto il tuo aspetto in Hamas?
“Devi capire che non sono mai stato uno di loro.
Anche se aiutavo mio padre e lo accompagnavo, io ero sempre
contrario all'uso del terrorismo. Ai membri di Hamas non
piacevo. Non andavo a pregare nelle moschee, stavo con
estranei. A loro non piaceva la mia giacca di pelle, tanto
meno i miei jeans. La consideravano una deviazione dalla
retta via. Ma io aiutavo mio padre nei suoi affari perché
era mio padre, non perché era un capo di Hamas.
Non sono un attivista di Hamas convertito al cristianesimo.
Non è quella la storia. Volevo aiutare mio padre
a capire che fare del male a gente innocente è
proibito e tramite lui volevo magari cambiare il modo
di pensare anche degli altri”
Qual è l'atteggiamento di Hamas verso i
cristiani? E quello di tuo padre?
«Quando stavo con mio padre, io, in sostanza, spingevo
un capo moderato di Hamas a prendere decisioni logiche,
come quella di fermare gli attacchi per stabilire due
Stati uno di fianco all'altro. lo mi sentivo responsabile.
Era meglio che ci fossi io lì piuttosto che una
banda di scemi ad avvelenargli la mente. Io provai a capire
quelle persone, i loro pensieri, in modo da cambiarli
da dentro tramite una persona forte come mio padre, che
nel passato ammise con me di non appoggiare gli attacchi
suicidi. Lui pensa che fare del male a persone innocenti
dia una brutta reputazione all'organizzazione.
Lo sheikh mi disse una volta che quando vede un insetto
fuori casa sta molto attento a non fargli del male, "quindi
cosa posso dire riguardo il fare male ai civili?"».
«Ma dentro Hamas c'erano altri capi, più
che altro dalla striscia di Gaza e da Damasco, che pensavano
di dover proseguire con gli attacchi suicidi come un modo
efficace per raggiungere il loro scopo. Il problema era
che loro avevano più potere di mio padre. Furono
gli attacchi israeliani contro i capi di Hamas che aiutarono
a fermare gli attacchi».
Quanto era coinvolto tuo padre nelle decisioni
di Hamas?
“Lui non aveva alcun nesso con il braccio militare,
ma lo consultavano sempre
nelle decisioni strategiche. I capi di Hamas non prendevano
decisioni solo in base alle opinioni dei capi dalla Siria
o da Gaza. Comunque, devi ricordarti che i capi di Hamas
a Damasco controllavano i fondi.
Quindi l'influenza maggiore sulla politica dell'organizzazione
veniva da loro. Loro erano anche gli unici senza restrizioni
nel contattarsi l'un l'altro, al contrario dei capi in
Cisgiordania o Gaza. Quindi i capi da Damasco servivano
anche come intermediari per tutti i gruppi di Hamas. A
proposito, ora dichiarano che la rivoluzione a Gaza non
fu progettata, io posso dirti per conoscenza personale
che un anno prima, nell'estate 2006, parlavano fra loro
dicendo che se fossero continuate le tensioni con Fatah,
si sarebbero adoperati per prendere il controllo della
Striscia”.
Masab Joseph ascolta la musica del cantante Eyal Golan
nel suo tempo libero. “Sono dieci anni che ascolto
la sua musica”, dice. “Mi piace la sua voce
ma non capisco sempre i testi”. In ogni modo, il
suo cantante preferito è Leonard Cohen, “è
un ebreo canadese”, spiega. Masab Joseph ha una
laurea in geografia e storia alla al Quds Open University
a Ramallah, ma fa fatica a trovare lavoro negli Stati
Uniti. Ha tanto tempo libero e segue lezioni di religione
e servizi di preghiera in chiesa almeno una volta la settimana.
Ogni tanto gioca a football con gli amici della parrocchia
e poi c'è il surf, che è praticamente un
dovere. Dopo tutto, questa è la California.
Mentre lavorava nell'ufficio di suo padre, conobbe capi
di Hamas ma anche membri dei Servizi di sicurezza palestinesi
e israeliani e anche giornalisti israeliani, che spesso
parlavano con lo sheikh.
Non nasconde che lui era a favore del contatto con i media
israeliani e che ha quasi sentimenti amichevoli verso
Israele. “Porta i miei saluti ad Israele, mi manca”. |