No,
non è una nuova ricetta. E’ solo che qualche
settimana fa mi è venuta voglia di comprare una
bandiera dell’Italia. E lì ho toccato con
mano, per l’ennesiva volta, quanto sia fondamentale
la scuola per l’integrazione. È quello che
penso anche in questi giorni di guerre, di barconi stracolmi
di donne e uomini e di noi cittadini che così fatichiamo
a metterci in relazione con storie e culture diverse.
Vale anche per me.
Dunque, la bandiera. L’ho comprata, bella grande.
Ma quando è stato il momento di appenderla alla
finestra sono stata assalita dai dubbi. Vivo in un quartiere
ad alta intensità di residenti stranieri e mi è
venuto il timore che il mio tricolore potesse essere inteso
come il segno di una diversità. Insomma, “noi
siamo noi, voi siete voi”.
Ero lì nei miei pensieri e intanto aprivo la bandiera,
srotolandola sul tavolo del salotto. “C’è
la partita dell’Italia?” mi ha chiesto una
signora che era a casa con me. ”E’ per l’Unità
d’Italia?” mi ha chiesto il compagno di studi
di mia figlia.
Hanno parlato insieme.
Sarebbe stato lecito che le domande fossero state formulate
al contrario, visto che il bambino ha 10 anni ed è
straniero. Ho pensato, come faccio spesso, che ha una
famiglia bellissima. Che, da una parte, gli mantiene le
usanze del Paese da cui i suoi genitori provengono –
le danze, la lingua – dall’altra, partecipa
e lo fa partecipare alla vita del Paese in cui vive.
Ma ho pensato anche al grande, fondamentale, ruolo della
scuola in una partita così oggettivamente complessa
come l’integrazione tra persone di Paesi diversi.
Imparare la lingua, le regole del convivere, studiare
le tradizioni dei compagni, anche domandarsi “cos’è
il permesso di soggiorno? e “perché lui deve
farlo e io no?” In questi primi anni di scuola di
mia figlia – la materna, ma soprattutto le elementari
dove i rapporti tra genitori si fanno più stretti
per i compiti, le festine, le amicizie che iniziano a
crearsi tra bambini e dove i bambini si confrontano tra
di loro, capendosi senza barriere, insegnandosi reciprocamente
– ho imparato molto. Anche il ruolo svolto dalle
donne.
Le famiglie composte da stranieri rappresentano il 7%
della popolazione italiana e sono più giovani,
30 anni di età media contro i 43 anni delle famiglie
italiane. I bambini e i ragazzi sotto i 18 anni sono 932.675,
pari al 22% del totale degli stranieri residenti in Italia,
e di loro ben 573mila rappresentano la “seconda
generazione” essendo nati in Italia (Istat). I figli
degli immigrati iscritti a scuola sono 673.592, pari al
7,5% della popolazione scolastica, secondo l’ultimo
Dossier statistico della Caritas, che ne sottolinea anche
i
problemi: un ritardo scolastico tre volte più elevato
rispetto agli italiani.
Il 51,3% della popolazione straniera in Italia è
rappresentato dalle donne, cui è affidato un compito
non da poco. Grazie alla maggior conoscenza della lingua
italiana svolgono, infatti, spesso il ruolo di “mediatrice”
tra la famiglia e la scuola, gli uffici e i pubblici servizi;
insomma, il mondo esterno, favorendo così l’integrazione.
Le donne, più degli uomini, studiano l’italiano
(11% contro 7,6%) e lo usano nel lavoro (93,2% contro
89,4%), frequentano corsi di formazione (5,8% contro 4,9%)
e fanno riconoscere il titolo di studio conseguito all’estero
(4,9% contro 2%).
Non voglio sottovalutare i problemi, che sono molti e
di non facile soluzione. Ma mi piace coglierne anche gli
aspetti positivi.
Io e mia figlia stiamo imparando a usare le bacchette,
alla festa della scuola i dolci al miele preparati da
una mamma marocchina vanno a ruba, beviamo té che
arriva dall’India e mangiamo gli spaghetti con le
verdure e le spezie. Noi, da parte nostra, dispensiamo
gran quantità di cotolette alla milanese. E anche
la ricetta del polpettone della nonna riscuote un certo
successo. |