Narrò
Aisha - sia soddisfatto Iddio di lei -: l’Inviato
di Dio Iddio lo benedica e gli dia eterna salute - disse:
La vergine viene consultata. Io gli dissi: La vergine
si vergogna. E lui: Manifesta il suo consenso con il silenzio.
Ma dice un giurista che se un tale s’innamora di
una schiava orfana o vergine, e questa lo rifiuta: se
egli ricorre ad un’astuzia legale e si presenta
con due testimoni falsi, dichiarando che l’ha già
sposata e che essa è pubere e consenziente; se
il giudice accetta la falsa testimonianza; allora, benché
il marito sia a conoscenza della falsità di tutto
ciò, gli è permesso consumare il matrimonio».
Questo detto di Maometto, contenuto in una delle raccolte
principali, fonte della sharia subito dopo il testo coranico
e tra l’altro trasmesso dalla giovanissima moglie
del Profeta, Aisha, racchiude quello che a mio parere
è il rapporto tra l’islam e le donne.
La parola chiave è qui "astuzia legale":
un escamotage che consente di aggirare le rigide regole
della sharia. Sono le astuzie legali previste dal diritto
islamico a far sì che, nonostante la legge preveda
la condanna di lapidazione per l’adultera solo nel
caso in cui quattro testimoni abbiano assistito all’atto
della penetrazione, questa pratica atroce sia in vigore
in paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita e l’Indonesia.
È di fatto non solo improbabile, ma quasi impossibile
che il requisito basilare della condanna per lapidazione
sussista. Tuttavia, come si afferma nel detto di Maometto
appena riportato, possono essere presentati falsi testimoni
che unitamente a un giudice connivente portano alla ufficializzazione
della condanna.
Basti pensare alla giovane iraniana di Zahara, condannata
a morte con false accuse di adulterio o alla vicenda narrata
nel film La lapidazione di Soraya in cui una ragazza viene
accusata di adulterio dal marito che vuole soltanto sbarazzarsi
di lei. Esiste, tuttavia, anche un rovescio della medaglia.
Sempre più spesso infatti le donne musulmane ricorrono
alle stesse astuzie legali per raggiungere il proprio
scopo principale: la tanto agognata emancipazione sia
fisica sia intellettuale dall’uomo guardiano e padrone.
Si tratta di una dinamica in atto nella letteratura, per
esempio in paesi come l’Egitto, dove, mentre l’integralismo
islamico dilaga, trovano spazio scrittrici come Ebtehal
Salem. Nel suo racconto Il dovere quotidiano la scrittrice
descrive il corpo dell’uomo ricorrendo ad astute
metafore per evitare la censura. Suggestive nel testo
le immagini create per descrivere da un lato l’impotenza
del marito della protagonista come il "grappolo ammosciato
sull’erba", dall’altro i capezzoli della
donna come "chicchi di melograno rigonfi". L’Egitto
non è la Siria, non è il Libano, di sicuro
non è più l’Egitto laico e liberale
degli anni Sessanta. La Salem conferma che «per
quanto concerne l’atteggiamento della donna orientale
riguardo al sesso, permangono dei problemi di carattere
sociale e religioso». «Questo è il
motivo per cui il mio racconto è una storia coraggiosa,
nonostante il mio ricorso alle metafore». Ma la
letteratura non è l’unico campo in cui le
astuzie femminili devono farsi largo in Egitto. Molto
spesso la stampa femminile occidentale, che giunge regolarmente
nel paese, viene censurata. Ma solo nella copertina, i
contenuti non vengono toccati.
La politica dei piccoli passi
In Kuwait, paese dove il radicalismo islamico è
imperante, si assiste oggi a un’altra forma di astuzia
legale femminile. Nel maggio 2005 le donne hanno finalmente
ottenuto il diritto di voto. Peccato che ancora nel maggio
2008, così come era già accaduto nel 2006,
nessuna delle 54 candidate al Parlamento kuwaitiano fosse
stata eletta. Qualche giorno dopo il voto l’emiro
Sabah al Ahmad al Sabah, aveva cercato di porre rimedio
alla sconfitta elettorale e ridato speranza confermando
quale ministro dell’Educazione Nuriya al Sabih e
nominando per la prima volta a ministro della Pianificazione
e dello Sviluppo Mudhi al Hammud, entrambe liberali e
laiche. Il 1 giugno, in occasione della prima convocazione
del neoeletto Parlamento, si è avuta la conferma
di quanto la strada del coinvolgimento delle donne nella
politica del Kuwait, in particolare, e del mondo araboislamico
in generale, sia piena di ostacoli. Al momento del giuramento
dei neo-ministri il 20 per cento dei deputati ha abbandonato
temporaneamente l’aula perché, come ha spiegato
uno di loro «le due ministre hanno violato la legge»,
che prevede che per potere esercitare il diritto di voto
in Parlamento si debbano rispettare le norme sciaraitiche,
anche nell’abbigliamento che deve essere «islamicamente
corretto». Oggi in Kuwait in Parlamento siedono
finalmente quattro donne, due velate e due no. Una di
queste, la sessantenne velata Ma’suma al Mubarak,
ha già un’esperienza politica come ministro
della Salute, ed è già stata oggetto di
attacchi dei salafiti che fecero in modo di allontanarla
dall’incarico dopo un incendio divampato in un ospedale.
Proprio a seguito di questa esperienza la Mubarak sta
facendo scuola alle altre tre colleghe deputate. Incontrandole
in Parlamento lo scorso novembre ho chiesto loro quali
fossero state le loro prime iniziative, a livello legislativo,
a favore delle donne kuwaitiane. Tutte, nessuna esclusa,
mi risposero che per il momento non avevano ancora promosso
alcuna iniziativa correlata all’ambito prettamente
femminile. Il motivo? La necessità di "distrarre
il nemico" ovvero i conservatori. Tuttavia una
grande vittoria quelle donne coraggiose l’hanno
già ottenuta. A seguito di una reazione dei radicali
islamici alla presenza di deputate non velate, nella fattispecie
Rola Dashti e Aseel al Awadhi, pochi giorni prima del
mio arrivo era stata emessa una sentenza della Corte costituzionale
in cui si stabiliva che il non portare il velo non rappresentava
un oltraggio alla religione islamica.
Queste sono le piccole grandi vittorie che porteranno
a quelle ancora più importanti quali l’effettiva
parità. Alla stessa politica dei piccoli passi
si assiste nella rigidissima Arabia Saudita. Quando due
anni fa
l’attivista Wajeha al Huwaider ha lanciato la campagna
affinché le donne sauditepossano guidare, le chiesi
che senso avesse concentrarsi sulla guida in un paese
in cui le donne non sono ancora persone, in cui esistono
solo se accompagnate da un guardiano, in cui vengono lapidate,
e hanno da poco ottenuto il permesso di avere una carta
d’identità. Lei mi rispose scoppiando a ridere:
«Lasciaci raggiungere il volante e poi guideremo
il paese!». |