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IMMIGRAZIONE UGUALE INTEGRAZIONE: SI PUO’
La storia di Farooq Gharoo, pakistano in Italia da 25
anni. “Mai un problema di intolleranza, qua ho trovato
solo amore. Il segreto? Avvicinarsi subito alla cultura
del Paese che ti ospita”
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Si
sente spesso parlare, in televisione, sui giornali e nelle
nostre città, di storie di “immigrazione
senza integrazione”: persone che, una volta giunte
in Italia, non riescono a trovarsi un posto nella società,
finendo con il compiere azioni proibite dalla legge, sia
all’interno, che all’esterno dei rispettivi
nuclei familiari di appartenenza. Ecco perché,
in una consistente parte dell’opinione pubblica,
si è creata una sorta di “paura” verso
coloro che giungono nel nostro Paese, soprattutto se provenienti
da nazioni di matrice islamica. Fortunatamente, però,
non è sempre così: esistono anche tanti
casi di gente seria, preparata, acculturata, volenterosa
e soprattutto predisposta a conoscere e comprendere usi
e costumi tipici italiani. E’ il caso di Farooq
Gharoo, 45 anni, pakistano, dal 1984 abitante nel nostro
Paese, dove ha trovato lavoro e famiglia: una moglie,
Daniela, e due figli, Davide Manzur e Vittoria Amina,
ma anche e soprattutto la piacevole sensazione di essere
a casa sua. Lo abbiamo incontrato, per farci raccontare
la sua storia. “Pure a me – spiega Farooq
-, capita di ascoltare dai mass media certi episodi che
mi lasciano sbigottito. La mia esperienza, per fortuna,
è stata completamente diversa: dal vostro, anzi
dal nostro Paese, io ho ricevuto soltanto amore e fratellanza.
Mai un episodio di intolleranza, mai un episodio di razzismo,
nonostante abbia vissuto in città molto diverse
tra loro, svolgendo lavori altrettanto variegati. Per
questo adesso a Pescara e Città Sant'Angelo, dove
risiedo, mi occupo di persone immigrate, invitando tutti
coloro che sono appena giunti qua a seguire le regole
necessarie per un loro inserimento completo”.
E quali sono queste regole da seguire?
“La principale è quella di apprendere la
lingua. Chi parla soltanto la lingua madre se ne sta solo
con i propri connazionali e non potrà mai integrarsi.
La conoscenza della lingua, inoltre, apre la strada al
passaggio successivo, che è l’approccio alla
cultura del Paese ospitante. Solito ragionamento di prima:
per vivere in una nazione da immigrati, bisogna comprenderne
le radici e il pensiero, altrimenti tutto sarà
tremendamente più difficile”.
Assistiamo ad eventi drammatici che vedono
coinvolte famiglie d’immigrati. Spesso i genitori
non condividono le scelte dei propri figli, di “vivere
in maniera occidentale”. Quali sono fattori impediscono
una piena integrazione?
“Mi torna in mente la storia del padre che ha ucciso
la figlia perché frequentava un italiano. Un genitore
che agisce così, non è un genitore, ma soltanto
un terribile esempio per tutta l’umanità,
che invece dovrebbe essere mossa da sentimenti di amore,
rispetto, fratellanza, rispetto e amicizia. Credo che
il fattore determinante che provoca ciò sia la
chiusura mentale di certe persone, che le porta ad isolarsi
da tutto ciò che per loro è sconosciuto
e, di conseguenza, pericoloso. Da qua nascono i problemi
e la paura reciproca, l’uno dell’altro”.
Integralismo e intransigenza, soprattutto
nell’area musulmana, sono comportamenti che vengono,
da alcuni, ricondotti ai dettami del Corano. Un libro,
di grandi contenuti di fede, come può educare all’odio
e alla violenza?
“Non può e infatti non lo fa. Quello del
presunto incitamento all’odio e alla violenza da
parte del Corano è uno dei più grandi, e
sbagliati, luoghi comuni esistenti nei confronti del mondo
musulmano. Maometto insegna e predica amore e rispetto.
Certi comportamenti individuali da parte degli islamici,
dunque, altro non sono che una pessima interpretazione
che essi danno alle sacre scritture, dove, sottolineo,
da nessuna parte si parla di integralismo e fanatismo.
E comunque, un musulmano che compie certe azioni in nome
di Allah, non è un buon musulmano”.
Secondo lei è giusto che all’interno
delle moschee presenti sul nostro territorio, la preghiera
sia guidata e proclamata nella nostra lingua?
“Sicuramente sì. A mio avviso gli imam devono
conoscere l’italiano, pregando anche in questa lingua,
offrendo così pure a chi non parla arabo di comprendere
le sacre scritture. Solo così certe barriere potranno
essere superate una volta per tutte, e i nostri popoli
potranno avvicinarsi tra loro per davvero”. |
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| COMMENTI |
24-10-2009
• ANDREA
Faccio i miei complimenti a quelle persone che
seppur venuti da un altro Paese con una cultura, religione
e lingua diversa, hanno capito che integrarsi vuol dire
venire per primi incontro al Paese che li ha ospitati, quindi
rispettandolo, imparando la lingua e accettando le tradizioni
indigene. Il Sig. Gharoo rappresenta un modello da imitare
per tutti gli extracomunitari che vogliono vivere in Italia
avendo come obiettivo l'integrazione. Occidens rappresenta
un'organizzazione che veramente ha a cuore la risoluzione
di questi problemi, proponendo soluzioni chiare e concrete
e portando testimonianze reali.
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18-11-2009
• PEPPE C.S.A.
Penso che le parole di Farooq sono veramente quelle
che danno la vera speranza che questo mondo possa veramente
combiare in meglio, perchè le frasi e i comportamenti
che predica Farooq sono quelle che portano all'integrazione
e al volersi bene tra uomini qualunque sia il colore della
loro pelle, condizione sociale o religione. In poche parole
rispetto e fratellanza e in questo mondo se vogliamo che
i nostri figli, italiani e non, possano avere un futuro
fatto di pace e serenità tutti dobbiamo fare come
Farroq, porsi verso gli altri con fiducia. GRAZIE FARROQ
e spero che gli italiani on ti deluderanno mai. Peppe.
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02-12-2009
• VITTORIO MICCICHE'
Mi chiedo come mai, gli immigrati che raggiungono
il nostro Paese non sono tutti come il signor Farooq. Esisterebbero
secondo voi problemi di integrazione , da un parte e intolleranza
dall'altra. Credo proprio di no. La questione non è
come qualcuno vuol far credere, di razzismo. Il signor Farooq,
e la sua vita in Italia ne sono un limpido esempio. Grazie
della sua testimonianza.
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13-01-2010
• ILARIA
Integrarsi non significa solo parlare l'italiano
, ma soprattutto condividere i nostri valori che sono basati
sulla nostra cultura, che e' cattolica, per cui anche la
maggior parte degli atei italiani, considerano il rispetto
degli altri, l'empatia, etc come propri valori.cio' di
cui non ci si vuole rendere conto, e' che la cultura, e
quindi i valori, della maggior parte degli immigrati sono
diversi dai nostri.molte civilta' si basano sulla violenza,
sulla legge del piu forte, sulla prepotenza e tali sono
i valori di molti immigrati che vengono in italia al solo
fine di operare illegalmente,vendendo droga oggetti esentasse
e sfruttando la prostituzione.e molti anziche' essere riconoscienti
verso noi italiani che gli ospitiamo (e' con le nostre
tasse che vengono pagati gli aiuti , gli sportelli e tutti
gli altri servizi a loro offerti)si approfittano di questa
ospitalita', pretendendo che a loro sia consentito cio'
che non lo e' agli italiani...ogni giorno vediamo immigrati
che vendono tranquillamente imitazioni gucci, prada, etc
per le strade...quale italiano puo' farlo?eppure guadagnano
anche piu di un italiano che vende gli stessi oggetti in
una bancarella per cui paga il suolo pubblico.quante volte
sul treno o sul bus, nessun controllore chiede agli immigrati
il biglietto per non avere discussioni e agli italiani che
ne sono sprovvisti o semplicemente lo hanno obliterato male
viene fatta la multa?quante volte immigrati aggrediscono
e picchiano italiani e sulla stampa non viene dato alcuno
spazio a tale episodio, mentre quando si verifica il contrario
se ne parla per giorni e si bolla l'episodio come razzismo?...non
e' che stiamo diventando razzisti verso i bianchi?! A rosarno
gli italiani, anche laureati, lavorano a nero per 500 euro
al mese, ma nessuno ne parla, pero' un immigrato ne guadagna
750, ovvero 25 al giorno e se ne parla per giorni..la differenza
e' che l'italiano non vive in una baracca ma a casa dei
genitori e non si crea una famiglia perche' non puo' permetterselo,
mentre l'immigrato manda soldi a casa e la famiglia ben
se la crea ed anche numerosa, e spesso la porta in italia,
dove poi lavorano tutti esentasse , senza pagare medicine,
asili, etc e poi pretendono le case gratis..a un italiano
per pagarsi una casa di proprieta' non gli basta una vita,
agli immigrati gli vengono date gratis con le nostre tasse(basta
vedere le villette che a coltano-pi sono state regalate
dal comune ai rom!!!)....parliamo dei problemi degli immigrati
ma non scordiamoci quelli degli italiani!!! A rosarno gli
immigrati per malcontento hanno dato fuoco ad auto e picchiato
cittadini normali che non avevano nessuna colpa della loro
condizione lavorativa...perche' invece di parlare della
gravita' estrema di questo atto di violenza la cei e la
chiesa hanno accusato gli italiani di razzismo?ma quale
razzismo?!!Questo era solo sfruttamento di immigrati da
parte di pochi...e il cittadino normale cosa c'entra? Perche'
deve essere aggredito e picchiato da un immigrato a cui
ha dato ospitalita' nel proprio paese? Ogni giorno ognuno
di noi da qualche euro agli immigrati che lo chiedono ,
ma il problema e' che molti invece di essere riconoscenti,
si abituano ad avere soldi gratis e il giorno che dici no,
ti rispondono male e magari ti sputano pure..l'ho visto
con i miei occhi!la chiesa dovrebbe adoperarsi per diffondere
di piu preso gli immigrati, la nostra cultura cristiana
del rispetto e della riconoscenza, del sacrificio, verso
questi immigrati, altrimenti, come dice la bibbia, rischiamo
di dare perle ai porci che le calpesteranno con le zampe,
perche' l'integrazione non ci sara' mai e sara' la nostra
cultura a soccombere. Basterebbe che coloro che si recano
presso la caritas siano nutriti non solo nel corpo, ma anche
nello spirito, chiedendo in cambio del cibo e degli abiti
gratis che ricevono, di seguire corsi (tipo"dottrina")di
cultura cristiana e occidentale.
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02-02-2010
• GIACOMO GABRIELE
Conosco personalmente il sign.farooq da circa
10 anni persona eccellente dalle tante qualità.integrato
nel migior dei modi in italia.spero che tutti prendano esempio.grazie
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25-03-2010
• FRANCO MASINI
Dalla scrittrice albanese Elvira Dones questa
lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla
battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi".
Durante l' incontro con Berisha, il premier ha attaccato
gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania.
Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta
belle ragazze". Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche
parola gliela devo, perché il suo disinvolto senso
dello humor ha toccato persone a me molto care: "le
belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio
paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del
suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato
che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate,
ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto
dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese
fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro
vite violate, strozzate, devastate. A "Stella"
i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola:
puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in
Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare
sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera
di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.
Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria,
e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni
più tardi - che le incisero la sua professione sulla
pancia: così, per gioco o per sfizio. Ai tempi era
una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto
della società, non si innamorerà mai più,
non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla
pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia
nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le
ha distrutto l'utero. Sulle "belle ragazze"
scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole
bruciato. Anni più tardi girai un documentario per
la tivù Svizzera: andai in cerca di un'altra bella
ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato
in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti
altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie,
rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie
dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente,
solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda
non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata
in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui
continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga,
Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione,
le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario,
o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso,
signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie
queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di
difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte
sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel
popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente
camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha
più pazienza né comprensione per le umiliazioni
gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i
drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda
ora, non avrebbe che da guadagnarci. 15.2.2010 Elvira Dones,
scrittrice-giornalista. Nata a Durazzo nel 1960, si è
laureata in Lettere Albanesi e Inglesi all'Università
di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del
Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato
in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove
alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice. |
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Noi
siamo impegnati a riaffermare il valore della civiltà
occidentale come fonte di princìpi universali e
irrinunciabili, contrastando, in nome di una comune tradizione
storica e culturale, ogni tentativo di costruire un'Europa
alternativa o contrapposta agli Stati Uniti. |
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Siamo
impegnati a rifondare un nuovo europeismo che ritrovi
nell'ispirazione dei padri fondatori dell'unità
europea la sua vera identità e la forza di parlare
al cuore dei suoi cittadini. |
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| Siamo
impegnati ad affermare il valore della famiglia quale
società naturale fondata sul matrimonio, da tenere
protetta e distinta da qualsiasi altra forma di unione
o legame. |
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Siamo
impegnati a promuovere l'integrazione degli immigrati
in nome della condivisione dei valori e dei princìpi
della nostra Costituzione, senza più accettare
che il diritto delle comunità prevalga su quello
degli individui che le compongono.
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Siamo
impegnati a sostenere il diritto alla vita, dal concepimento
alla morte naturale, a considerare il nascituro come
"qualcuno", titolare di diritti che devono
essere bilanciati con altri, e mai come "qualcosa"
facilmente sacrificabile per fini diversi. |
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Siamo
impegnati a diffondere la libertà e la democrazia
quali valori universali validi ovunque, tanto in Occidente
quanto in Oriente, a Nord come a Sud. Non è al
prezzo della schiavitù di molti che possono vivere
i privilegi di pochi. |
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Siamo
impegnati a riconfermare la distinzione fra Stato e
Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare
la dimensione religiosa solamente nella sfera del privato.
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Siamo
impegnati a fronteggiare ovunque il terrorismo, considerandolo
come un crimine contro l'umanità, a privarlo
di ogni giustificazione o sostegno, a isolare tutte
le organizzazioni che attentano alla vita dei civili,
a contrastare ogni predicatore di odio. Siamo impegnati
a fornire pieno sostegno ai soldati e alle forze dell'ordine
che tutelano la nostra sicurezza, sul fronte interno
così come all'estero. |
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