«L’ha
uccisa lei?». «E dov’è il coltello?».
Due quesiti per una sfinge. Perché El Katauoi Dafani
non batte ciglio. Una maschera di ghiaccio. Immobile e
muta. Non ha risposto neppure quando il magistrato gli
ha rivolto l’ultima domanda: «Vorrebbe vedere
sua moglie?». Bocca chiusa, sguardo basso e la mente
chissà dove. E così è rimasto anche
nella cella d’isolamento. Ma l’alternativa
di un diverso assassino ancora fuori scena non viene presa
in considerazione. «E’ stato lui, non voleva
che la figlia vivesse con un italiano», concordano
i carabinieri. Lui è il padre di Sanaa, splendida
marocchina diciottenne, ammazzata con un fendente al collo
tra gli alberelli, i rovi e gli sterpi di Grizzo di Montereale
Valcellina, a venti chilometri dalla città. «Sono
accorsa e l’ho vista. Com’era? Pallida, anzi,
bianca, molto bianca, e il sangue le scendeva dalla gola
alla maglietta e fino ai jeans. Massimo, il suo ragazzo,
era ferito alle braccia e all’addome. A un certo
punto mi ha guardato e ha chiesto: ‘gliela farà?’
Si era tolto la polo e con quella tentava di fermare il
sangue», racconta Eva Scaranizin, che abita a due
passi. Sanaa è morta in pochi minuti, dissanguata.
Ha incrociato lo sguardo del padre, e su quell’ultima,
sfuocata immagine, si è persa per sempre nel buio.
Lui è tornato a casa, finalmente senza rabbia.
Missione compiuta. Come prescrive il codice d’onore
musulmano che impone ai famigliari delle ragazze occidentalizzate
di lavare il tradimento con qualsiasi mezzo, lama compresa.
«Erano una coppia bellissima e facevano tanti progetti»,
si rincorrono adesso, tra le lacrime, i commenti. Tutto
finito. E a quello pensa, in ospedale, Massimo De Biasio,
31 anni, contitolare del ristorante Monte Spia di Grizzo.
Sciolta la prognosi e operato, guarirà in due mesi.
Non è stato sentito a lungo, ma qualcosa ha detto.
E subito dopo i carabinieri hanno bussato a casa di Dafani.
«Si è fatto prendere senza alzare lo sguardo»,
spiegano «ha farfugliato: il coltello è nel
boschetto». Poi il silenzio. Sanaa e Massimo convivevano
da un paio di mesi. Si erano conosciuti un anno fa tra
le luci dello «Spia», dove lei, a fine marzo,
aveva chiesto di fare la cameriera. «Ciao»,
«ciao», e subito l’amore. Ma altri sentimenti
montavano nell’ombra: il disprezzo e la furia di
El Katauoi. Da qualche tempo i sorrisi e la giovialità
avevano lasciato il posto a un’espressione torva
e un silenzio inquietante. Dal 2001 lavorava come aiuto
cuoco nel ristorante pizzeria Al Lido, in città.
«Una brava persona», dicono tutti. «Un’altra
persona, da qualche tempo», aggiungono. In questo
periodo di Ramadam, mese sacro ai musulmani, il disagio
del marocchino era divenuto un brutto chiodo fisso «aggravato»
dalla vita nel peccato della figlia, unita a un uomo senza
il suggello del matrimonio. «In questa storia ci
sono troppi problemi, non mi piace», aveva soffiato
un giorno a un conoscente. E a un altro: «Troppa
differenza di età». Poche parole, in pubblico,
e scena praticamente muta a casa, con la moglie e con
le altre due figlie ancora bambine, impegnate all’asilo
e in quarta elementare. Ma la mano, forse, correva già
verso il manico del coltello, acquistato il giorno prima.
E Sanaa? Da un mese si vedeva in giro sempre meno. E anche
Massimo, sembrava preoccupato, forse perché qualcuno
gli aveva buttato lì che in giro tirava una brutta
aria. Ed eccolo, il momento dell’ultima scena, alle
sette della sera, nel verde quieto di un boschetto fuori
mano. L’auto del marocchino si è fermata
di traverso davanti a quella della coppia. Le ragazza
deve aver capito, ma la sua corsa nella selva è
durata pochi metri. Un braccio l’ha ghermita e una
lama l’ha centrata, prima di scatenarsi contro Massimo.
Oggi l’autopsia e, forse, il tentativo del nuovo
interrogatorio, a una statua. Intanto l’imam di
Pordenone commenta: «Una tragedia dell’ignoranza.
Per me l’Islam non c’entra». |