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IN
ITALIANO NELLE MOSCHEE
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Abbiamo
una grande considerazione per la religione. Qualunque
religione, nel grande rispetto della fede di ogni uomo.
Possiamo anche non condividere, ma assolutamente rispettiamo!
Se la nostra associazione si batte da tempo per la valorizzazione
delle tradizioni cristiane dell’Europa ed in particolare
del nostro Paese, ciò non significa che siamo intolleranti
verso gli altri. Anzi, è proprio grazie alla nostra
storia, alla nostra cultura e quindi alla nostra educazione,
che è bene impresso nel nostro DNA il rispetto
per l’altro. Questa necessaria premessa ci serve
per fare alcune considerazioni su ciò che ha dichiarato
recentemente il Presidente della Camera dei Deputati,
Gianfranco Fini, che nel corso di una visita ufficiale
ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, ha proposto di predicare
il Corano nella lingua del paese in qui si trova il musulmano.
Un parere che viene espresso dalla terza carica dello
stato, proprio in uno dei più rigidi paesi islamici,
alla presenza del principe ereditario Mohammed Bin Zayed,
che è un accanito sostenitore di questa teoria.
Una proposta che già in passato anche Occidens
aveva fatto sua, condividendone le motivazioni. Infatti
l’obiettivo dell’idea lanciata da Gianfranco
Fini, come avviene proprio negli Emirati, scaturisce dalla
necessità che non ci sia alcun tipo di predicazione
e di istigazione all'odio durante un momento che deve
essere soltanto religioso. Fin troppe volte abbiamo assistito
increduli ed impotenti all’individuazione, spesso
tardive, di imam che all’interno di luoghi di culto
arringavano, con veri e proprio lavaggi del cervello,
i fedeli istigandoli alla rivolta contro l’occidente
e facendo proseliti di terroristi pronti al sacrificio
estremo. Secondo il Presidente Fini questa considerazione
va tenuta presente soprattutto in Italia “vista
la superficialità con cui qualche volta da noi
si affrontano questioni così complesse". Ci
basti pensare che proprio negli Emirati Arabi Uniti, nel
cuore dell’Islam a due passi dalla Mecca, luogo
nodale della fede musulmana, esiste una autorità
dello stato che verifica che le orazioni pronunciate nelle
moschee non contengano istigazioni all'odio. Ci sentiamo
quindi di sostenere in pieno questa idea, perché
è necessario ridare il giusto valore alla religiosità,
in modo che non sia una sorta di copertura per cellule
terroristiche, ma che torni ad essere scuola di grandi
valori di fede, ampiamente rappresentati anche dal Corano.
Non solo: secondo noi, oltre ad essere una motivazione
giustificata ed ampiamente condivisibile, l’invito
a parlare nella lingua del paese che ospita i musulmani,
diventa anche momento d’integrazione. Il luogo di
culto non sarà più in questo modo, un luogo
di pochi, isolato da un contesto più ampio, ma
parte integrante di una società che non impone
scelte ma necessità di un reale inserimento dell’emigrato.
Qualcuno ha voluto subito strumentalizzare le riflessioni
del Presidente della Camera: non siamo d’accordo.
Se la reale volontà di chi sceglie il nostro paese
è quella di un’effettiva integrazione, non
si può prescindere da certe regole. Per l’islamico
che vive nel nostro Paese, professare la propria fede
in italiano, diventa quindi un passaggio fondamentale
per ottenere una sempre maggiore integrazione. |
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| COMMENTI |
19-2-2009
• Carlo Notteri
Sono pienamente d'accordo. Personalemnte, da cattolico che
spesso si trova negli USA per lavoro, non trovo alcuna difficltà
a partecipare alla celebrazione eucaristica in lingua inglese.
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19-2-2009
• Mohamed
Voi partite con idea che noi siamo terroristi. Non possiamo
parale arabo perchè facciamo i kamikaze. Non tutti
gli islamici sono kamikaze. Amiamo Dio e vogliamo pregare
in nostra lingua. Qale è vostra accolienza?
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19-2-2009
• Carlo da Prato
Condivido quanto detto da Fini e quanto da voi sostenuto.
Vorrei però sottoporre alla vostra attenzione un
problema che nella mia città (Prato) è molto
sentito. Cioè quello degli immigrati cinesi. Come
avviene spesso vi sono stranieri che si integrano facilmente,
altri con maggiore difficoltà, altri ancora non cercano
proprio l\'integrazione nel paese che li ospita. Quest'ultimo
è il caso delle migliaia di cinesi che vivono da
noi: non cercano, non vogliono l'integrazione. Moltissimi
di loro pretendono di stare nel proprio ghetto, parlare
tra di loro, vivere tra di loro, proprio per un rifiuto
del paese che li ospita. Per molti di noi è una situazione
inaccettabile. Perchè la vostra associazione che
si occupa della difesa delle radici occidentali, non si
occupa di questo fenomeno cinese, invece di occuparsi sempre
di musulmani, che certamente creano problemi, ma non sono
i soli a crearli. Il cinese, come avviene anche in altri
paesi del mondo, desidera sempre crostruire una piccola
città nella città per poi erigere un muro,
spesso invalicabile. Tra di loro non ci saranno kamikaze,
non vi saranno terroristi, ma vi siete chiesti in che condizioni
vivono i loro figli? Vi siete chiesti con quale igiene trattano
la propria persona. Vi siete chiesti in quanti muoiono (
si perchè non si capisce come mai di cinesi a Prato
ne muoiano pochissimi). Aprite un inchiesta su questo fenomeno,
mandate un vostro inviato nella città del tessile
...
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14-3-2009
• Daniele Cristofori
Ho appena letto il commento del signor Carlo da Prato, circa
i problemi che nella sua città si presentano a riguardano
della comunità cinese là insediata. La situazione
che egli descrive e denuncia è vera ed è nota
da molto tempo. Non ostante le caratteristiche del popolo
cinese e le sue radici culturali facciano sembrare il problema
meno grave, rispetto a quelli non di rado generati da comunità
di fede islamica, è comunque evidente che la loro
mancata integrazione susciti quanto meno sospetto, poi fastidio
e in seguito un contenuto rancore. Da qui c’è
il rischio che la spirale possa purtroppo allargarsi (anche
se con ampi e graduali giri) e la storia ci insegna quanto
terribili possano essere gli esiti dell’intolleranza
e della paura. Lungi dal sottovalutare un problema gigantesco,
quale quello dell’integrazione delle varie comunità
che vanno stabilendosi nel nostro paese, mi domando spesso
se l’ostinazione con cui molte di esse - specialmente
orientali - rifiutano ogni forma di integrazione, non dipenda
dal messaggio silente e non troppo accogliente, che noi
trasmettiamo loro. Una gabbia serve a rinchiudere una belva,
affinché non ci sbrani; quella stessa gabbia, però,
protegge la belva dalle insidie e dai pericoli del mondo
esterno. L’auto-isolamento può rivelare, è
vero, un deciso rifiuto all’integrazione, ma anche
un doloroso senso di emarginazione e solitudine. Forse proprio
noi, che crediamo nelle radici cristiane della nostra civiltà,
dovremmo volgere talvolta il pensiero alle parole di Gesù,
riferite nel Vangelo di San Giovanni: «Vi do un comandamento
nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato,
così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo
tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore
gli uni per gli altri» [Giov. - Cap. XIII, 34-35].
Se di radici cristiane parliamo, con quelle stesse radici
dovremo fare i conti.
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Noi
siamo impegnati a riaffermare il valore della civiltà
occidentale come fonte di princìpi universali e
irrinunciabili, contrastando, in nome di una comune tradizione
storica e culturale, ogni tentativo di costruire un'Europa
alternativa o contrapposta agli Stati Uniti. |
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Siamo
impegnati a rifondare un nuovo europeismo che ritrovi
nell'ispirazione dei padri fondatori dell'unità
europea la sua vera identità e la forza di parlare
al cuore dei suoi cittadini. |
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| Siamo
impegnati ad affermare il valore della famiglia quale
società naturale fondata sul matrimonio, da tenere
protetta e distinta da qualsiasi altra forma di unione
o legame. |
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Siamo
impegnati a promuovere l'integrazione degli immigrati
in nome della condivisione dei valori e dei princìpi
della nostra Costituzione, senza più accettare
che il diritto delle comunità prevalga su quello
degli individui che le compongono.
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Siamo
impegnati a sostenere il diritto alla vita, dal concepimento
alla morte naturale, a considerare il nascituro come
"qualcuno", titolare di diritti che devono
essere bilanciati con altri, e mai come "qualcosa"
facilmente sacrificabile per fini diversi. |
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Siamo
impegnati a diffondere la libertà e la democrazia
quali valori universali validi ovunque, tanto in Occidente
quanto in Oriente, a Nord come a Sud. Non è al
prezzo della schiavitù di molti che possono vivere
i privilegi di pochi. |
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Siamo
impegnati a riconfermare la distinzione fra Stato e
Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare
la dimensione religiosa solamente nella sfera del privato.
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Siamo
impegnati a fronteggiare ovunque il terrorismo, considerandolo
come un crimine contro l'umanità, a privarlo
di ogni giustificazione o sostegno, a isolare tutte
le organizzazioni che attentano alla vita dei civili,
a contrastare ogni predicatore di odio. Siamo impegnati
a fornire pieno sostegno ai soldati e alle forze dell'ordine
che tutelano la nostra sicurezza, sul fronte interno
così come all'estero. |
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