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ITALIANI RAZZISTI?

NON AFFIBBIATECI UN’ETICHETTA CHE NON MERITIAMO
di Alessandro Gabriele
Presidente dell'Associazione "Occidens"
Ancora una volta il nostro Paese si divide in due, per discutere sul nuovo argomento che tiene banco in questi giorni. Dopo fascismo ed antifascismo, Patto di Varsavia o Patto Atlantico, comunisti o anticomunisti, meridionali o settentrionali, gioco a zona o gioco a uomo, la nuova disputa riguarda il rapporto dell’italiano medio con lo straniero, l’immigrato. Ma noi italiani siamo razzisti oppure no? Visto e considerato che tale antinomia coinvolge in prima persona anche le argomentazioni che la nostra Associazione porta avanti, sentiamo il dovere di dare, anche noi, un contributo alla discussione, aprendo il dibattito con i nostri iscritti e con tutti i navigatori che quotidianamente ci visitano. E’ nostra opinione che su tale questione si stia cercando di sollevare un polverone con fini politici. Come spesso avviene proprio in Italia, si rende necessario affibbiare ai pro o ai contro un’etichetta di estrazione ideologica . Si sfrutta, insomma, una sorta di traccia che giornali e televisioni stanno dando ingigantendo notizie che, in altri momenti, avrebbero occupato le colonne delle brevi di cronaca. Siamo d’accordo, e non ci dispiace dirlo, con Vittorio Feltri, che dalle pagine del suo giornale scrive:

“Nelle redazioni, al momento della riunione programmatica, in questi giorni si ragiona all'ingrosso, hanno menato un negro. Ok. Titolo di testata e richiamo in prima pagina. Poi: hanno picchiato un pensionato e gli hanno rubato il portafogli. Vabbé, cazzate. Una breve in cronaca. Sembra di essere tornati all'epoca di Sirchia ministro della Sanità quando si scopri che i cani mordevano. La mattina, per settimane, arrivava la notizia: un altro azzannato da Fido. Anche i barboncini erano guardati con diffidenza. E avanti con i titoli dedicati alla pericolosità dei pastori tedeschi e affini. All'improvviso, i cani sono scomparsi dalla scena. Fine, vigliacco se ce n'è uno che affili i denti in qualche polpaccio. Adesso vanno di moda i razzisti. Hanno strangolato la lattaia? Chissenefrega. Ma se la lattaia fosse somala, ciao, cinque pezzi non sarebbero sufficienti. Ogni minuto rapinano un farmacista o un benzinaio o un tabaccaio. Non importa, robetta. Ma se una fabbrica licenzia un senegalese, guai: grave episodio di razzismo. Intervengono le grandi firme a stigmatizzare. In Valseriana hanno licenziato seicento operai tutti bianchi. C'est la vie. Gente che va, gente che viene. Risultato. A forza di darci dei razzisti, l'Europa si è convinta che non abbiamo torto a fustigarci, e ci tratta come meritano i segregazionisti, con disprezzo”.

Crediamo che stia andando proprio così. Crediamo che la nostra società abbia bisogno di una serrata disputa. Ha la necessità di etichettare gli altri, cioè coloro che culturalmente non la pensano al nostro stesso modo. Ma è anche nostra ferma convinzione che gli italiani non siano affatto razzisti, non siano affatto xenofobi, non siano assolutamente intolleranti nei confronti dell’altro. La nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà lo dimostrano ampiamente. Non commettiamo l’errore, poi, di fare di ogni erba un fascio. Non possiamo negare che anche la nostra società possa subire infiltrazioni deviate, infiltrazioni di persone che fanno ancora riferimento alla razza ariana. Ma dov’è che non vivono questi deficienti. Forse in Europa, dove avvengono in egual misura le stesse cose che avvengono da noi? O, per esempio, nel Sudafrica, nel paese simbolo della lotta al razzismo, laboratorio sociale dove convivono bianchi, neri e meticci e si festeggiano i 18 anni dalla fine dell'apartheid cacciando gli immigrati clandestini. Come scrive Daniele Mastrogiacomo su Repubblica:

“La presenza di almeno 80 mila fuggiaschi in tre grandi agglomerati alla periferia di Johannesburg era diventata insostenibile e molte amministrazioni, tra cui quella del Gauteng, la più importante del Sudafrica, ha pensato di raggirare l'ostacolo giuridico. Alcuni funzionari governativi si sono presentati nei tre campi della capitale finanziaria del gigante africano con una proposta che ha fatto subito breccia nella miseria generale in cui vivono questi dannati della Terra. Soldi in cambio del trasloco. Ammassati in tuguri, sfamati dal cibo portato ogni giorno dalla Croce Rossa, terrorizzati dall'idea di lasciare i recinti dove erano stati accolti per sfuggire alla violenza di altri immigrati, 80 mila mozambicani, somali e zimbabwesi hanno colto l'occasione al volo e si sono dispersi nel nulla. Per 300, a volte 500 rand (circa 45 euro), hanno raccolto i pochi stracci che avevano portato via delle loro vecchie case e hanno liberato i campi di Glenanda, Boksburg e Rand”.

E’ ciò che avviene ai nostri antipodi: come lo vogliamo chiamare? Il mondo, non solo l’Italia, sta vivendo un particolarmente difficile momento, non solo da un punto di vista economico e finanziario. Allora prendiamo spunto dall’affermazione che Luigi Manconi, dalle colonne dell’Unità, con il fondo “Razzismo meglio negare”, nel quale invita gli avversari politici a non sottovalutare ciò che avviene, ma a dire piuttosto:
“gli episodi di razzismo che si verificano, tendono ad aumentare e sono il risultato della politica irresponsabile della sinistra”.
Non siamo qui ad indicare il responsabile di una colpa. Ci sentiamo però di dire che la politica delle porte aperte sempre e comunque non ha certo aiutato l’integrazione. Anzi. Ha aiutato a modificare il sentimento comune, il diffuso e innato senso dell’accoglienza che è insito nello spirito degli italiani. Trovare disperati ad ogni angolo delle strade, sul sagrato di molte chiese, senza trascurare ogni incrocio o semaforo, non ha certo favorito l’integrazione e i buoni sentimenti verso lo straniero immigrato e magari clandestino. Che non è xenofobia. L’enorme ondata di extracomunitari ai quali è stata aperta ogni porta, senza alcun freno, non ha certo favorito il loro inserimento. Allora, per favore, non parliamo d’improvvisa esplosione di razzismo in Italia. Non siamo d’accordo. Non è così che stanno le cose, ma ricerchiamo a monte le cause di certi episodi. Racconta un amico missionario comboniano, che opera in una favelas a San Paolo in Brasile e che certamente ne sa molto di più, d’integrazione e disperazione, di tante belle teste pensanti che frequentano quei salotti buoni dove si chiacchiera e basta: “non date elemosina a chi pratica la questua ai semafori o agli incroci. Offrendo il vostro obolo li aiuterete a convincersi che questa è la strada migliore per guadagnare la giornata. Meglio insegnare a pescare che regalare un pesce”.

Come dargli torto?
 

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OCCIDENS - periodico di cultura, politica, società - Reg. Tribunale di Lucca n° 902 del 26/08/2009 - Direttore Responsabile: Mauro Giovanni Celli

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