Ancora
una volta il nostro Paese si divide in due, per discutere
sul nuovo argomento che tiene banco in questi giorni.
Dopo fascismo ed antifascismo, Patto di Varsavia o Patto
Atlantico, comunisti o anticomunisti, meridionali o settentrionali,
gioco a zona o gioco a uomo, la nuova disputa riguarda
il rapporto dell’italiano medio con lo straniero,
l’immigrato. Ma noi italiani siamo razzisti oppure
no? Visto e considerato che tale antinomia coinvolge in
prima persona anche le argomentazioni che la nostra Associazione
porta avanti, sentiamo il dovere di dare, anche noi, un
contributo alla discussione, aprendo il dibattito con
i nostri iscritti e con tutti i navigatori che quotidianamente
ci visitano. E’ nostra opinione che su tale questione
si stia cercando di sollevare un polverone con fini politici.
Come spesso avviene proprio in Italia, si rende necessario
affibbiare ai pro o ai contro un’etichetta di estrazione
ideologica . Si sfrutta, insomma, una sorta di traccia
che giornali e televisioni stanno dando ingigantendo notizie
che, in altri momenti, avrebbero occupato le colonne delle
brevi di cronaca. Siamo d’accordo, e non ci dispiace
dirlo, con Vittorio Feltri, che dalle pagine del suo giornale
scrive:
“Nelle redazioni, al momento della riunione
programmatica, in questi giorni si ragiona all'ingrosso,
hanno menato un negro. Ok. Titolo di testata e richiamo
in prima pagina. Poi: hanno picchiato un pensionato e
gli hanno rubato il portafogli. Vabbé, cazzate.
Una breve in cronaca. Sembra di essere tornati all'epoca
di Sirchia ministro della Sanità quando si scopri
che i cani mordevano. La mattina, per settimane, arrivava
la notizia: un altro azzannato da Fido. Anche i barboncini
erano guardati con diffidenza. E avanti con i titoli dedicati
alla pericolosità dei pastori tedeschi e affini.
All'improvviso, i cani sono scomparsi dalla scena. Fine,
vigliacco se ce n'è uno che affili i denti in qualche
polpaccio. Adesso vanno di moda i razzisti. Hanno strangolato
la lattaia? Chissenefrega. Ma se la lattaia fosse somala,
ciao, cinque pezzi non sarebbero sufficienti. Ogni minuto
rapinano un farmacista o un benzinaio o un tabaccaio.
Non importa, robetta. Ma se una fabbrica licenzia un senegalese,
guai: grave episodio di razzismo. Intervengono le grandi
firme a stigmatizzare. In Valseriana hanno licenziato
seicento operai tutti bianchi. C'est la vie. Gente che
va, gente che viene. Risultato. A forza di darci dei razzisti,
l'Europa si è convinta che non abbiamo torto a
fustigarci, e ci tratta come meritano i segregazionisti,
con disprezzo”.
Crediamo che stia andando proprio così. Crediamo
che la nostra società abbia bisogno di una serrata
disputa. Ha la necessità di etichettare gli altri,
cioè coloro che culturalmente non la pensano al
nostro stesso modo. Ma è anche nostra ferma convinzione
che gli italiani non siano affatto razzisti, non siano
affatto xenofobi, non siano assolutamente intolleranti
nei confronti dell’altro. La nostra storia, la nostra
cultura, la nostra civiltà lo dimostrano ampiamente.
Non commettiamo l’errore, poi, di fare di ogni erba
un fascio. Non possiamo negare che anche la nostra società
possa subire infiltrazioni deviate, infiltrazioni di persone
che fanno ancora riferimento alla razza ariana. Ma dov’è
che non vivono questi deficienti. Forse in Europa, dove
avvengono in egual misura le stesse cose che avvengono
da noi? O, per esempio, nel Sudafrica, nel paese simbolo
della lotta al razzismo, laboratorio sociale dove convivono
bianchi, neri e meticci e si festeggiano i 18 anni dalla
fine dell'apartheid cacciando gli immigrati clandestini.
Come scrive Daniele Mastrogiacomo su Repubblica:
“La presenza di almeno 80 mila fuggiaschi in
tre grandi agglomerati alla periferia di Johannesburg
era diventata insostenibile e molte amministrazioni, tra
cui quella del Gauteng, la più importante del Sudafrica,
ha pensato di raggirare l'ostacolo giuridico. Alcuni funzionari
governativi si sono presentati nei tre campi della capitale
finanziaria del gigante africano con una proposta che
ha fatto subito breccia nella miseria generale in cui
vivono questi dannati della Terra. Soldi in cambio del
trasloco. Ammassati in tuguri, sfamati dal cibo portato
ogni giorno dalla Croce Rossa, terrorizzati dall'idea
di lasciare i recinti dove erano stati accolti per sfuggire
alla violenza di altri immigrati, 80 mila mozambicani,
somali e zimbabwesi hanno colto l'occasione al volo e
si sono dispersi nel nulla. Per 300, a volte 500 rand
(circa 45 euro), hanno raccolto i pochi stracci che avevano
portato via delle loro vecchie case e hanno liberato i
campi di Glenanda, Boksburg e Rand”.
E’ ciò che avviene ai nostri antipodi: come
lo vogliamo chiamare? Il mondo, non solo l’Italia,
sta vivendo un particolarmente difficile momento, non
solo da un punto di vista economico e finanziario. Allora
prendiamo spunto dall’affermazione che Luigi Manconi,
dalle colonne dell’Unità, con il fondo “Razzismo
meglio negare”, nel quale invita gli avversari
politici a non sottovalutare ciò che avviene, ma
a dire piuttosto:
“gli episodi di razzismo che si verificano,
tendono ad aumentare e sono il risultato della politica
irresponsabile della sinistra”.
Non siamo qui ad indicare il responsabile di una colpa.
Ci sentiamo però di dire che la politica delle
porte aperte sempre e comunque non ha certo aiutato l’integrazione.
Anzi. Ha aiutato a modificare il sentimento comune, il
diffuso e innato senso dell’accoglienza che è
insito nello spirito degli italiani. Trovare disperati
ad ogni angolo delle strade, sul sagrato di molte chiese,
senza trascurare ogni incrocio o semaforo, non ha certo
favorito l’integrazione e i buoni sentimenti verso
lo straniero immigrato e magari clandestino. Che non è
xenofobia. L’enorme ondata di extracomunitari ai
quali è stata aperta ogni porta, senza alcun freno,
non ha certo favorito il loro inserimento. Allora, per
favore, non parliamo d’improvvisa esplosione di
razzismo in Italia. Non siamo d’accordo. Non è
così che stanno le cose, ma ricerchiamo a monte
le cause di certi episodi. Racconta un amico missionario
comboniano, che opera in una favelas a San Paolo in Brasile
e che certamente ne sa molto di più, d’integrazione
e disperazione, di tante belle teste pensanti che frequentano
quei salotti buoni dove si chiacchiera e basta: “non
date elemosina a chi pratica la questua ai semafori o
agli incroci. Offrendo il vostro obolo li aiuterete a
convincersi che questa è la strada migliore per
guadagnare la giornata. Meglio insegnare a pescare che
regalare un pesce”.
Come dargli torto?
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