Questa è una lamentazione e un invito alla riscossa.
Niente armi, ma padelle, sfrigolii di burro, olio e rosmarino.
Riprendiamoci la città, non facciamoci più
prendere il naso. È in questa protuberanza spesso
poco fine che risiede la memoria di chi siamo, un bel
pezzo della nostra identità. Non c'è bisogno
di essere Proust, e neanche averlo letto, per sapere che
sono (anche) i profumi a dare forma al nostro io, al senso
della festa e della casa, alle stagioni e ai nomi dei
luoghi.
Oggi è domenica. Provate a uscire di casa passando
davanti alle portinerie, girate la strada e andate in
piazza, o passeggiate nel parco. Ragazzi: siamo in Eurabia.
Le nostre città sono diventate arabo-musulmane,
qualche volta cinesi, altre volte peruviane o ucraine.
Ma più spesso beduine. L'invasione preconizzata
da Oriana Fallaci non è un'illazione che subito
viene contraddetta dalle statistiche che dimostrano quanti
pochi siano i maghrebini rispetto ai cristiani dell'Est
e, figuriamoci, ai cattolici poco praticanti di stirpe
italica. Saranno meno del 5 per cento dei residenti, ma
gli arabi hanno sottomesso islamicamente (islam vuoi dire
sottomissione) il nostro olfatto, e così si sono
impossessati dell'essenza di una comunità.
La battaglia delle spezie
Abbiamo un bel irrorarci di acqua di colonia. Non è
questo che conta, ma la cucina. Vince inesorabilmente
la cipolla, sempre e comunque, anche sull'eau de toilette
più cara che c'è. E la cipolla è
quella brasata di mattino presto, con non so quali spezie
e peperoni, ma che proiettano il sapore unico e dominante
del kebab, del cous cous, insomma: abbiamo perso l'essenza
specialmente del dì di festa. Ci sono ancora le
campane, ma inondano di suono argentino non più
il profumo di pasticceria e di confetteria (per sentirlo
occorre andare a Vienna o a Lubecca) ma quello di montone.
È un dato documentabile con l'esperienza. Le portinerie
ormai, dopo essere state patrimonio di signore che cucinavano
sughi e brasati, sono traslocate prima nelle Filippine
e nello Sri Lanka, ora specialmente in Egitto. Chi legge
Simenon, ma anche Maretta o De Filippo, sente ancora le
domande su cosa cucinerà la moglie, quale sia l'autentico
segreto del pollo al vino (le coq au vin: secondo la signora
Maigret ci vuole un po' di acquavite di prugne). In "Ieri
oggi domani" di Eduardo il ritmo della commedia è
dettato dalla preparazione del ragù. E Totò?
Dalle sue pellicole con Fabrizi esce netto e incontaminato
il profumo della pastasciutta.
Oggi dai vetri appannati delle portinerie, peraltro sempre
chiuse, salta fuori penetrante, e intride i muri, i cappotti,
la mente, l'idea della domenica quel misto arabo-turco
di cui non so decifrare le componenti tranne una: la cipolla!
L'amavo così tanto: quella di Tropea, quella di
Como, strepitosa quella di Certaldo, o quelle francesi:
buone per il risotto alla milanese. Basta è finita.
In piazza Duomo a Milano c'è sempre l'odore penetrante
della birra dei peruviani che poi fanno picnic con i loro
pollastri. Le ucraine tirano fuori i loro fagotti con
cibi innaffiati di vini infami. Poi, come se non bastasse,
i soliti assessori di mille città promuovono le
fiere della gastronomia multi etnica. Impariamo a conoscere
e a stimarci attraverso il cibo. Giusto: ma il nostro
dov'è? Qui non siamo al multiculturalismo o multi-cucìnismo,
ma alla dittatura d'Egitto. Noi ci arrangiamo coi cibi
industriali tutti uguali, quattro salti in padella due
minuti prima di sedersi a tavola, una passata nel forno
a microonde di qualsiasi roba surgelata, magari buona.
Ma la guerra dei sapori e degli odori era già persa
alle sette del mattino quando le donne arabe o pachistane
hanno già messo sul fuoco ortaggi, carni, riso.
E copre persino lo sbuffo della moka che cerca di sputare
l'unica cosa arabica decente: il caffè. E dovunque
la città dice: siamo in Marocco o forse in Tunisia,
magari a Rawalpindi. Le pizzerie al taglio ormai hanno
come piatto principale il kebab, o la variante della pizza
al kebab. Non ce n'è una (anzi una sì, resiste
sotto casa mia) di quelle da asporto che non sia maomettana:
e anche se chiedi la margherita la mozzarella quando passa
da quelle parti assorbe il lezzo inesorabile del montone
turco.
Non è colpa degli arabi o di qualsivoglia altra
etnia: loro sono se stessi. Siamo noi ad esserci arresi.
Non è questione di applicare l'apartheid delle
pentole. Ma di avere un po' di sentimento di noi stessi.
A me piace assaggiare tutto. Quando vado in giro per il
mondo non mi astengo neanche dal coccodrillo impanato
di Barare o dai formicolii arrosto di Bucaramanga (giuro,
buonissimi con un po' di sale delle Ande). La questione
è che da noi non si cucina più in casa.
Le donne lavorano quasi tutte, oppure hanno da fare, e
la domenica figuriamoci se hanno voglia e tempo di spadellare.
Gli uomini cucinano si, ma non si alzano al mattino presto
come usavano le massaie, al massimo preparano qualcosa
sciuè sciuè, tanto per vantarsi con gli
amici o farsi detestare dai figli.
La rivolta del culatello
Non è solo un male italiano o padano. Ricordo dei
viaggi a Vienna, una volta: dappertutto odore di Sacher
e di confetti. Adesso: cous cous. In Finlandia prevaleva
l'orrendo ma familiare odore di aringa e di alce. Adesso:
cipolle, kebab.
Abbiamo prodotti nostrani e formidabili: il crudo di Parma
e di San Daniele, il culatello dì Zibello, certi
pecorini. Ma non sappiamo custodirli. Li usiamo non come
base di cucina, ma come maniera per risparmiare la fatica
dei fornelli. Perseguitiamo le nostre tradizioni con le
normative Ue che agli arabi non si applicano mai per non
passare da razzisti. Ho in mente i meravigliosi polli
(e anatre e oche e galli) di Luciano Pigorini (Viustino
65): sono i più buoni del mondo. Ma la burocrazia
dell'igiene e della invidia li perseguita perché
sono troppo naturali, troppo italiani. Invece se sei arabo
o cinese comandi l'odore della città, persino la
domenica. Ribelliamoci. Polenta in piazza, ragù
in casa. Al mattino presto qualcuno metta su l'arrosto
della domenica. Ne va del naso, cioè dell'identità
dei nostri figli. |