Il nostro paziente inglese, responsabile di questa rivista
mi ha chiesto di scrivere un articolo sui musulmani e
in particolare su come è vissuta la giornata tipica
di un musulmano in occidente. Va be', dico io... è
una curiosità sua, vorrebbe sapere quali pro-blemi
affronta, ogni santo giorno, un musulmano che deve rapportarsi
con un mondo completamente diverso dal proprio; ma non
solo, vuole anche sapere come si fa a conciliare le interiorizzate
regole di una società basata sul Corano con un'altra
completa-mente diversa dalla propria basata soprattutto
sui valori democratici e cristiani.
È vero. Ha ragione Farrell. Per loro è difficile.
E una lotta continua. Una sfida quotidiana. Con la propria
psiche, con il proprio sangue, con il proprio orgoglio.
Devono cercare di convivere con il liberalismo, con il
liberismo, con il rispetto dei diritti umani, con l'uguaglianza
fra l'uomo e la donna, con la secolarizzazione, con una
religione più mite, più giusta, meno invadente,
meno rigorista, più tollerante. La loro invece
gli rende le mani legate, le teste penzolanti, i cuori
repressi, i pensieri soffocati.
Non possono toccare le cosiddette cose "impure",
bere il vino, mangiare il maiale, fare l'amore con la
mestruazione, toccare un cane o un qualsiasi altro animale
senza sentirsi sporchi, andare a letto senza le cinque
preghiere, guardare le donne altrui, per le donne andare
in giro con la pelle e i capelli scoperti, farsi un bagno
al mare senza almeno due strati di tessuto addosso (pantaloni
e maglie lunghe per nascondere le forme), "permettersi"
di guardare gli uomini altrui, andare in bicicletta, nuotare
in piscina con la presenza dei maschi, lasciar intravedere
le caviglie o centimetri di pelle, ridere ad alta voce
(una prerogativa delle puttane), denunciare l'uomo se
le mette le mani addosso, dire bau di fronte alle ingiustizie,
alle intrusioni, agli abusi, alle preva-ricazioni, farsi
delle amicizie senza provocare la sensibilità maschilista
del marito e senza la sua approvazione.
Questo è l'islam. Questo è ciò che
l'islam fondamentalista e spesso anche quello moderato,
crea a dispetto di ogni libertà indi-viduale o
collettiva.
Eppure? Eppure io penso che si debba andare oltre, che
non ci si debba bloccare ad affermazioni del genere, forse
in fondo un po' razzistiche, un po' snobistiche. Penso
che ci si debba liberare dal concetto di "tutta l'erba
un fascio", dalla piccolezza dei nostri orizzonti
e dalla nostra resa all'esistente.
E vero, i musulmani sono pieni di difetti, non si integrano,
non vogliono e non cercano di capire le regole del paese
ospitante, non riescono ad amare il luogo in cui hanno
scelto di vivere e di lavorare. Non lo rispettano e nel
momento in cui sentono troppo addosso il peso dei suoi
valori, si dimenano, insorgono, reagiscono e a volte impazziscono.
Ma l'opinione di Farrell, quello di considerargli quasi
solo dei rompiballe e dei poveri uomini imbecilli e il
suo auspicio di una fu-tura integrazione non sta in piedi.
Non può bastare. Non ci si può limitare,
infatti, solo alla descrizione del problema, senza pen-sare
alle sue soluzioni. A volte succede, si, se ne parla,
se ne parla e alla fine qualcosa cambia, ma non in questo
caso. La semplice soluzione di chiedere a questa gente
di integrarsi e basta non funziona. Deve essere costretta
ad integrarsi.
Quei valori, quel modo di pensare islamico così
estremo è insito in molti musulmani. Ormai fa parte
del loro dna. La cosa miglio-re non è dargli contro.
Puntargli il dito e dire: voi, siete solo degli animali.
Bisogna agire. Bisogna avvalorare, se esiste, questa tesi
della superiorità occidentale, facendo qualcosa.
Cambiando prospettive.Prendendo decisioni.
Non parlo certo di tolleranza, di accondiscendenza, di
carità o comprensione. Parlo di una soluzione alternativa,
intelligente ed efficace. Di qualcosa che avvicini alla
normalità gente così maldestramente educata.
Gente che ha bisogno di essere legittimato a picchiare
la propria moglie per sentirsi bene, di pensare di valere
il doppio di lei, di usare l'argomento sessuale come strumen-to
principale per averla sotto controllo, di indennizzarla
il minimo possibile, di scopare, oltre a lei, altre 4
povere e sottomesse donne al giorno, di preoccuparsi di
chi deve lanciare la prima pietra durante la lapidazione,
una delle più macabre e vecchie pene contro la
donna peccatrice (articolo numero 99 del codice penale
della repubblica islamica dell'Iran: in presenza di testi-moni
tocca prima a loro, poi al governatore e infine a tutti
agli altri), di deliberare quanto grande debba essere
la pietra usata per ucciderla (Articolo numero 104 del
codice penale della repubblica islamica dell'Iran: non
tanto grande tale da uccidere il con-dannato con una o
due di esse e non tanto piccola da non meritare il nome
di pietra), di istituire in caso di "fornicazione"
tra un uomo adulto ed una donna sposata, la pena di morte
per quest'ultima.
Vogliamo morire anche noi? Vogliamo prendere in mano anche
noi la loro stessa arma e i loro stessi cupi ideali per
combatte-re l'ignoranza? Io non credo.
L'unica soluzione valida è di attuare delle politiche
di integrazione, ben pensate e ben ponderate, ma obbligatorie.
Altro che questo strisciante anarchismo dell'odiabile
Amato. |