1.
Perché
Cominciamo dal perché. Perché questa manifestazione?
Perché difendere l'Occidente?
Il Manifesto che abbiamo lanciato dà risposte senza
margini di ambiguità. Perché l'Occidente
è oggi attaccato dall'esterno dal terrorismo e
dal fondamentalismo di matrice islamica. Perché
l'Occidente mostra difficoltà a dare risposte ferme
e a trovare la giusta linea di difesa. E perché
i principali valori che sono tipici dell'Occidente, e
che sono anche i valori battesimali della sua lunga storia,
sono manifestamente in crisi dentro lo stesso Occidente.
Dico Occidente, ma tutti naturalmente pensiamo all'Europa.
Perché è qui, in Europa, che la crisi è
più profonda.
Se dei terroristi ti fanno una strage sul tuo suolo e
tu ritiri le truppe che sono in prima linea proprio contro
il terrorismo, allora vuol dire che sei tu, Europa, che
credi di essere la causa di quell'attacco terroristico.
Se assaltano le tue ambasciate e i tuoi consolati, bruciano
le tue chiese, uccidono i tuoi fedeli cristiani, e sostieni
che le vignette satiriche danesi sono andate oltre il
lecito, mentre tutto è lecito quando la stessa
libertà di satira viene usata contro le tue religioni,
allora vuol dire che tu, Europa, ti senti responsabile
di quelle violenze, e alla fine ti nascondi e ti accingi
a chiedere scusa. Ancora. Se tu, Europa, vieni chiamata
a difendere l'esistenza di Israele, e hai difficoltà
a riconoscere quali sono le organizzazioni terroristiche,
che magari tu stessa finanzi, o consideri poco più
che stravaganze a fini interni le dichiarazioni di Hamas
e le minacce atomiche dell'Iran, allora vuol dire che
tu, Europa, non vuoi prenderti le tue responsabilità
e preferisci voltare la tua testa per non vedere. E infine.
Se tu vieni chiamata ad impegnarti in un programma di
promozione della democrazia in tutto il Medio Oriente
e rispondi che la democrazia non si esporta, allora vuol
dire che tu, Europa, non hai più la consapevolezza
dei tuoi princìpi e valori e, mentre agiti le bandiere
multicolori del pacifismo, neppure ti accorgi che è
proprio contro l'interesse della pace tollerare gli intolleranti.
Che cosa succede in Europa? Succede che nella cultura
dell'Europa, nella sua classe politica, nel suo costume,
si diffondono una sindrome di colpevolezza, una sindrome
di smemoratezza, una sindrome di svogliatezza.
La sindrome di colpevolezza dice che se altri ci attaccano,
allora hanno le loro ragioni e queste ragioni sono le
ingiustizie da noi causate.
La sindrome di smemoratezza sostiene che noi ormai siamo
laici, oppure siamo credenti "adulti", e perciò
abbiamo superato la fase in cui la nostra tradizione religiosa
era parte della nostra identità.
Infine, la sindrome della svogliatezza afferma che non
possiamo rivendicare la nostra identità, perché
questo comporterebbe una forma di arroganza o di mancanza
di rispetto verso altre culture e civiltà. Ben
poche voci delle istituzioni, della politica e della cultura
hanno denunciato e respinto queste tre sindromi. In Europa,
oggi si vive andando avanti, e si va avanti tirando a
campare. Solo un grande uomo ha avuto il coraggio di guardare
in faccia questa crisi, di denunciarla e di appellarsi
alle "minoranze creative", come quelle che oggi
sono qui raccolte, affinché si adoperino per superare
la crisi. Quell'uomo è Benedetto XVI.
Ha scritto il cardinale Ratzinger ora Benedetto XVI:
«C'è un odio di sé dell'Occidente
che è strano e che si può considerare solo
come qualcosa di patologico ... della sua storia vede
ormai ciò che è deprecabile e distruttivo,
mentre non è più in grado di percepire ciò
che è grande e puro. L'Europa ha bisogno di una
nuova - certamente critica e umile - accettazione di se
stessa, se vuole davvero sopravvivere» (M.Pera,
J.Ratzinger, Senza Radici, Mondadori 2004, p.71).
Lo stesso Cardinale Ratzinger aveva anche scritto:
«Si diffonde l'impressione ... che il sistema di
valori dell'Europa, la sua cultura e la sua fede, ciò
su cui si basa la sua identità, sia giunto alla
fine e anzi sia già uscito di scena... Il confronto
con l'Impero Romano al tramonto si impone: esso funzionava
ancora come grande cornice storica, ma in pratica viveva
già di quei modelli che dovevano dissolverlo, aveva
esaurito la sua energia vitale» (ivi, pp.59-60).
Sono parole allarmanti, queste, che non dovremmo criticare
perché le dice un Papa, ma che, al contrario, dovremmo
considerare con attenzione proprio perché le dice
un Papa.
E allora guardiamola più in dettaglio questa crisi
dell'Occidente europeo.
2. La Costituzione europea: radici e frutti
Prendo fra tutti i sintomi della crisi la Costituzione
europea, ora fallita. Sul fatto che nel Preambolo generale
e nel Preambolo della Carta dei diritti (la seconda parte)
non siano menzionate le radici cristiane del nostro Continente
ci sono in giro una tesi euforica e una tesi autoconsolatoria.
La tesi euforica è quella dei laicisti. Essi sostengono
che quella citazione sarebbe stata contraria ai nostri
Stati laici e di offesa ai molti cittadini di altre religioni
o non credenti. Ma questo è un incredibile errore
di chi si dice laico mentre in realtà è
laicista. È l'errore di chi ha passato la soglia
della tolleranza liberale, quella che ammette il libero
gioco nella società di tutte le religioni, ed è
scivolato nella ideologia illuminista e giacobina, quella
che abolisce tutte le religioni, salvo naturalmente la
religione positiva, fondata su una presunta Dea Ragione
o su un acritico Dio della scienza. Noi laici - credenti
o non - dobbiamo respingere questa ideologia. La dobbiamo
respingere per ragioni storiche: dove sarebbe l'Europa
senza Pietro e Paolo, senza Cirillo e Metodio, senza Agostino
e Tommaso, senza San Benedetto e il monachesimo, senza
la rivoluzione scientifica del cristiano Galileo, senza
i valori - primo fra tutti la dignità della persona,
in quanto immagine di Dio creatore e padre - della tradizione
biblica e evangelica? Ma soprattutto noi dobbiamo respingere
questa ideologia laicista perché è falso
dire che alla base dei nostri Stati liberali non ci sia
un'opzione etica, è falso ritenere che la democrazia
si basi solo su se stessa, è falso sostenere che
la religione non contribuisca a tenere insieme la nostra
società. Al contrario, la religione, oltre che
una fede personale, è un legame sociale, un fattore
imprescindibile della vita pubblica. Togliete la religione
e avrete tolto il nostro ethos.
Togliete la religione e ci avrete privato di gran parte
della nostra identità.
Togliete la religione e non riconosceremo più i
nostri padri e i nostri fratelli, non avremo più
guide, maestri e giudici a orientare le nostre coscienze.
Falso e contraddittorio è il laicismo. Se davvero
sei un liberale, non puoi negare che il primato liberale
dell'individuo sullo Stato deriva dal primato della persona,
nel senso introdotto dal Cristianesimo. Se sei un democratico,
non puoi negare che alla base del concetto di uguaglianza
dei cittadini c'è l'uguaglianza cristiana di tutti
gli uomini, perché tutti, senza distinzioni, figli
di Dio. E naturalmente se sei un autentico conservatore,
non puoi negare che la prima cosa da conservare sia proprio
la nostra tradizione, quella che ci dà la nostra
identità. Puoi essere un non credente, naturalmente.
Ma allora hai due strade davanti a te: o quella minima
del "perché non possiamo non dirci cristiani"
oppure quella più impegnativa del "perché
dobbiamo dirci cristiani", cioè perché
dobbiamo riconoscerci tutti figli della stessa storia,
e perciò tutti impegnati ad affermarla, difenderla
e promuoverla. A differenza della tesi euforica dei laicisti,
la tesi autoconsolatoria dei cristiani cosiddetti "adulti"
dice che la mancata menzione delle radici cristiane nel
Preambolo della Costrituzione europea non comporta alcun
danno. Importante - essi sostengono - non è il
Preambolo, che non menziona il cristianesimo, importanti
sono i contenuti degli articoli, che invece ne recepiscono
i contenuti essenziali. I più cinici fra questi
cristiani adulti si spingono fino al punto di dire che
i credenti non dovrebbero lamentarsi, perché le
Chiese hanno visti dall'art.I-52 della Costituzione europea
riconosciuti e salvaguardati i regimi concordatari di
cui godono in alcuni paesi. Lasciamo i cinici al loro
destino cinico e vediamo gli articoli supposti cristiani
della Costituzione. Prendiamo l'art.II-69. Esso dice:
«Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire
una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali
che ne disciplinano l'esercizio».
Che cosa vuol dire? A prima vista, l'articolo è
ridondante, perché il diritto di sposarsi sembra
lo stesso che il diritto di costituire una famiglia. Possibile
che i Padri della Costituzione non sappiano esprimersi
correttamente nelle loro lingue? Non è possibile.
E allora, l'articolo va preso alla lettera: ci sono due
diritti, uno di sposarsi e uno di costituire una famiglia.
Ora, concesso che il diritto di costituire una famiglia
si riferisca alla famiglia eterosessuale quale da millenni
conosciamo e dunque anche al diritto di avere figli, a
che cosa si riferisce il diritto di sposarsi? Sposarsi
chi con chi? Sposarsi anche tra omosessuali? Sembra di
sì. Ma, se è così, si può
dire, come dicono i cristiani adulti e retori della cristianità
intrinseca della Costituzione europea, che le unioni omosessuali
sono un omaggio al cristianesimo? No, non si può
dire. Quelle unioni, in realtà, sono una ferita
al cristianesimo e alla nostra tradizione. E dunque quell'articolo
della Costituzione europea non ha un contenuto cristiano.
Proviamo allora con un altro articolo. Prendiamo il II-63.
Esso dice:
«Nell'àmbito della medicina e della biologia
devono essere in particolare rispettati ... d) il divieto
della clonazione riproduttiva degli esseri umani».
Eccellente, e davvero consolatorio! I Padri Costituenti
ci assicurano che non faremo la fine della pecora Dolly.
Ma nell'ambito della clonazione non riproduttiva, cioè
quella terapeutica, che cosa dice quell'articolo? Non
dice nulla. Ma se non dice nulla, allora dice che la clonazione
terapeutica è lecita, dunque dice che non ci sono
ostacoli giuridici alla sperimentazione scientifica.
Domanda: anche se con gli esperimenti si dovessero sacrificare
embrioni e forse feti? Sì. Anche a costo di considerare
la vita e la persona umana solo come strumenti per un
fine, come "cose" utili per conseguire altri
beni utili? Sì.
E allora non ci resta che concludere che neanche questo
articolo recepisce contenuti cristiani.
Mi si obietterà che altri articoli della Costituzione
europea hanno senso diverso. L'art.II-84, ad esempio,
dice: «I minori hanno diritto alla protezione e
alle cure necessarie per il loro benessere».
E l'art. II-85 dice:
«L'Unione riconosce e rispetta il diritto degli
anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente
e di partecipare alla vita sociale e culturale».
Queste sono cose buone. Ma com'è, allora, che in
Europa si teorizzano e praticano l'eutanasia e l'eugenetica?
Com'è che la Costituzione europea non le proibisce
esplicitamente? Forse perché la vita degli anziani
non è più vita se non è "indipendente"?
Forse perché la vita dei nascituri o dei neonati
non è degna di tutela se essi non possono averne
una di qualità? La conclusione è che su
questioni fondamentali come il matrimonio e la vita, i
giovani e gli anziani, la Costituzione europea non recepisce
affatto valori cristiani. Si abbia allora il coraggio
di dire, senza farci rinchiudere in una gabbia di retorica,
reticenza, astuzia, che la Costituzione europea, quella
di cui, come dei morti, non si può parlare se non
bene, è essenzialmente una Costituzione laicista,
perché non solo non menziona il cristianesimo nel
Preambolo, ma se ne dimentica anche negli articoli. Quella
Costituzione non ha radici cristiane e, non avendole,
non dà frutti cristiani. Questa è - dispiegata
in belle lettere costituzionali - la crisi dell'Europa.
Questa è la ragione per cui l'Europa, anche se
attaccata, non si difende. L'Europa sta perdendo la sua
anima. Esattamente come è scritto nel nostro Manifesto,
l'Europa "nasconde e nega la propria identità".
Contro questa tendenza, noi che siamo probabilmente "minoranze
intellettualmente creative", ma che altrettanto probabilmente
siamo anche interpreti di "maggioranze silenziosamente
consapevoli", dobbiamo reagire. Non possiamo limitarci
alla sola denuncia.
3. Contro relativismo e multiculturalismo
Contro la crisi dell'Occidente e soprattutto dell'Europa,
il nostro Manifesto avanza dei rimedi. Noi rivendichiamo
il diritto alla vita e la sua tutela dal concepimento
alla morte naturale. Sappiamo delle tragedie personali
e familiari, sappiamo della drammaticità di certe
scelte. Per questo non chiediamo l'abolizione della legge
sull'aborto. Chiediamo però che non si dica che
si tratta di una "conquista sociale" o di un
"diritto di civiltà". Chiediamo che non
si dica che la soppressione di un feto non sia l'eliminazione
di una persona. Chiediamo che non si sostenga, con spensierato
scientismo, che prima del quattordicesimo giorno non c'è
né individuo né persona. Noi difendiamo
la famiglia come "società naturale fondata
sul matrimonio", esattamente come è scritto
nella nostra Costituzione, e non intendiamo equipararla
a qualsiasi altra forma di unione e legame, comunque verbalmente
formulato. Siamo contro le unioni omosessuali, non perché
discriminiamo le persone in base alle loro tendenze sessuali,
ma perché riteniamo che il divieto delle forme
matrimoniali o paramatrimoniali delle unioni omosessuali
non sia una discriminazione, ma un saggia misura per evitare
danni sociali, soprattutto ai figli. Noi difendiamo la
libertà religiosa, per chi aderisce alla confessione
cristiana, per chi ne professa altre, per chi non crede.
Perché la libertà religiosa è una
forma fondamentale e universale della intangibile libertà
di coscienza, che nessuna società e nessun Stato
possono comprimere. Noi sosteniamo il diritto alla libertà
di educazione. Se l'educazione è un bene pubblico,
non può essere garantita soltanto da scuole statali.
La pluralità dell'educazione è una fonte
di ricchezza per tutti. Noi sosteniamo la sussidiarietà,
perché è un sano principio cristiano e liberale,
che esalta il primato della persona, non la rende suddita
dello Stato, e le consente di sviluppare tutte le sue
potenzialità. Ma, soprattutto, noi sosteniamo la
universalità dei nostri valori. Siamo fermamente
convinti che la dignità della persona, il rispetto
per la vita, l'uguaglianza degli uomini, la parità
fra uomo e donna, la tolleranza per gli stili di vita,
il rispetto di tutti - dico tutti - gli interlocutori
siano princìpi che non riguardano solo noi, o beni
di cui dobbiamo godere solo noi, o privilegi che competano
solo a noi. Essi valgono per noi come per gli altri. Per
questo, quando ci rivolgiamo agli altri, chiediamo reciprocità.
Non perché dobbiamo proibire le moschee se altri
proibisce le chiese e le sinagoghe: questa sarebbe ritorsione,
ed è contro i nostri princìpi. Al contrario,
perché, come noi consentiamo moschee, altri, reciprocamente,
debba consentire chiese e sinagoghe. E finché non
lo consenta, continueremo a chiederlo.
Per questo noi siamo contro il relativismo e le politiche
che ne conseguono. Il relativismo è una grave malattia
culturale che, come un fiume carsico, attraversa la storia
del pensiero occidentale, da Gorgia alla filosofia "postmoderna".
E' una malattia perché nega che ci sia qualche
fondamento o giustificazione o base per le nostre scelte.
E' una malattia perché fa dei nostri valori, comprese
la libertà e la democrazia, accidenti storici buoni
oggi e qui ma non più buoni domani e altrove.
E' una malattia perché chi professa il relativismo
crede di essere con ciò tollerante e democratico,
e invece è così dogmatico da negare i fatti,
anche il fatto che gli uomini preferiscono la libertà
alla tirannide, le donne preferiscono avere gli stessi
diritti degli uomini, tutti preferiscono la libertà
di espressione, di coscienza, di religione, tutti amano
l'uguaglianza e non le discriminazioni.
Infine, il relativismo è una malattia perché
ci lascia senza parole di fronte a chi ci critica o ci
denigra o ci attacca. Se uno stile di vita o una cultura
vale l'altra, perché l'una e l'altra, per il sol
fatto di essere culture, hanno la stessa dignità
etica, come possiamo difenderci? Si dice: noi non dobbiamo
difenderci, dobbiamo dialogare. Ma cosa significa dialogare?
Dialogare non è intrattenere una conversazione,
dialogare non è chiacchierare. Dialogare è
cercare di convincersi l'un l'altro o arricchirsi l'uno
della concezione dell'altro. Ma come possiamo convincere
un altro se non siamo convinti di noi stessi? Come possiamo
affermare un principio se non lo consideriamo valido anche
per l'altro?
Proprio nel dialogo con l'altro, questo pensiero relativista
ha prodotto una politica sbagliata: il multiculturalismo.
Che il primo sia padre del secondo non c'è dubbio.
Se tutte le nostre convinzioni sono relative, allora tutte
le comunità devono essere tollerate, non solo quelle
che hanno concezioni simili alle nostre, non solo quelle
che ne hanno di diverse, anche quelle che ne hanno di
opposte e ostili. Alla fine, dovremmo tollerare anche
quelle comunità che violassero i diritti e i valori
riconosciuti nella nostra società, ad esempio la
parità uomo-donna, il rispetto dei bambini, o la
dignità della persona. Di fronte a queste violazioni
non potremmo dire niente. E infatti poco o niente dice
l'Europa, con la conseguenza che il multiculturalismo
sta producendo "società arcobaleno",
in cui ogni comunità tende a vivere separatamente,
fino al punto che la separatezza, soprattutto per gli
svantaggiati, crea divisioni, ghetti e tensioni sociali.
O fino al punto - come già si sente dire e richiedere
- che in certe città o zone dovrebbero valere leggi
diverse dalle nostre, ad esempio la legge coranica anziché
quelle dello Stato di diritto. C'è un modo non
multiculturalista di affrontare il problema del confronto
fra le culture? Detto in termini politici attuali, c'è
un modo non multiculturalista, che di fatto è già
fallito, per affrontare il problema della integrazione
degli immigrati? Questo è il momento di rispondere
alle obiezioni dei nostri critici. In particolare una,
la più odiosa che ci sia stata mossa: quella di
essere razzisti.
4. L'Europa, l'immigrazione e l'Islam
Di Islam nel nostro Manifesto non si parla. Si parla di
integrazione. Siamo forse diventati politicamente corretti?
Stiamo nascondendo la testa sotto la sabbia? No. Noi riteniamo
che il fondamentalismo islamico sia un pericolo e che
il terrorismo che si fa scudo della religione dell'Islam
sia un rischio mortale. Contro questo rischio e questo
pericolo noi dobbiamo usare tutte le armi - culturali,
diplomatiche, politiche, negoziali, economiche, dell'informazione
- e, se i terroristi usano le armi della violenza, allora,
ove ci fossimo da essi costretti, anche il Compendio del
Catechismo della Chiesa cattolica viene in nostro soccorso.
L'arma più importante e più efficace resta
però quella della cultura. Nelle relazioni internazionali,
questa è l'arma della richiesta della reciprocità
rispetto ai nostri diritti. All'interno dell'Europa, è
l'arma dell'integrazione. Ma integrare come? Noi diciamo
mediante la accettazione e la condivisione da parte degli
immigrati dei nostri princìpi e dei nostri valori,
quelli garantiti dalla nostra Costituzione e dalle altre
Carte, europee e internazionali. Quando si tratti di rispetto
di princìpi e valori fondamentali, dunque, niente
separatezza, niente autonomia, niente tolleranza. Siccome
questi sono beni di tutti, essi devono essere rispettati
da tutti. Ma, ci si può chiedere, in questo richiamo
ai "nostri" princìpi e valori non c'è
una forma di razzismo? Tutto il contrario. Perché
noi, grazie alla nostra tradizione giudaico-cristiana
e alla sua evoluzione, crediamo che tutti gli uomini siano
ugualmente persone; e perché noi abbiamo stabilito
che essi abbiano tutti gli stessi diritti. In noi non
c'è razzismo, perché noi non siamo interessati
alle razze umane, a noi stanno a cuore i diritti umani.
Si obietterà ancora: richiamandoti ai "nostri"
principi, non alimenti forse una distinzione fra civiltà
e perciò non ne favorisci uno scontro? Rispondo:
no, noi ci richiamiamo ai nostri princìpi proprio
per evitare lo scontro di civiltà. Ma naturalmente
abbiamo occhi per vedere e leggere. Lo scontro di civiltà
di cui si parla è oggi quella "guerra santa"
che ci è stata dichiarata nel modo più tragico
a partire dall'11 settembre 2001, perché, secondo
chi ce l'ha dichiarata, noi saremmo colpevoli di essere
"giudei e crociati", cioè ebrei e cristiani.
Possiamo ignorarlo questo fatto? Non possiamo. E allora
dobbiamo cominciare col dire che, sì, siamo ebrei
e cristiani, sì, ne siamo consapevoli e vogliamo
esserlo, sì, come ebrei e cristiani abbiamo messo
in piedi, dopo tanti errori e orrori, dalla guerre di
religione all'Olocausto, una civiltà che è
la migliore fra quante abbiamo attraversato, perché
è la più aperta, la più disponibile,
la più ospitale, la più universale. Dunque,
noi vogliamo evitare lo scontro. Ma se questo scontro
esiste e se è contro di noi, allora noi dobbiamo
vincerlo, perché o vinciamo la guerra che ci è
stata dichiarata oppure la nostra civiltà scomparirà.
Non è l'Islam in sé il nostro problema,
non sono gli uomini e le donne che professano la religione
dell'Islam a preoccuparci, non è il confronto con
le culture che ci reca timori. Ciò che ci preoccupa,
qui in Europa, è l'indifferenza che vediamo, la
cattiva tolleranza che pratichiamo, la scarsa convinzione
di noi che abbiamo, il timore che nutriamo, la paura che
mostriamo, e la resa a cui infine ci apprestiamo. Ciò
che ci preoccupa è sentir sempre parlare di diritti
delle minoranze e quasi mai di diritti della maggioranza.
Ripeto: il nostro nemico non è l'Islam. Il nostro
vero nemico è la nostra incapacità a reagire
a coloro che, facendo dell'Islam uno strumento, decidono
di aggredirci nei nostri princìpi e valori più
cari. L'Islam, come qualunque altra religione che abbia
convinzione di sé e volontà di proselitismo,
è un rischio solo se l'Europa si arrende al buonismo,
all'indifferentismo, al relativismo, al multiculturalismo,
al pacifismo. L'Islam è un rischio se perdiamo
la nostra identità, se decidiamo di non averne
una, o, il che è lo stesso, se - come è
scritto nel programma elettorale dell'Unione - accettiamo
l'idea di una "identità in divenire".
5. Opposte visioni del mondo Sono alle ultime battute.
Questo riferimento che ho fatto al programma dell'Unione
dice che siamo vicini alle elezioni. Il nostro Manifesto
non è un manifesto elettorale, non è nato
durante la campagna elettorale e non si esaurirà
il giorno delle elezioni. Ma poiché è stato
sottoscritto da tanti candidati e dal premier Berlusconi,
poiché contiene tanti impegni politici, poiché
prende posizione su tante questioni politiche, esso dice
qualcosa anche per le elezioni prossime. Personalmente,
sono candidato di Forza Italia in Emilia, Toscana, Piemonte.
Ma altri qui e fra gli aderenti al Manifesto per l'Occidente
sono candidati in altri partiti della Casa delle Libertà
e stanno facendo campagna elettorale dicendo le stesse
cose che dico io. Di ciò c'è una ragione
profonda. Nel programma elettorale della Casa delle Libertà,
proprio all'inizio, c'è un punto in piena consonanza
col nostro Manifesto. Lì si dice che nel 2006 alla
libertà "si deve aggiungere un altro valore
complementare alla libertà, la sicurezza della
nostra identità". Questo concetto di identità
è ripetuto quattro volte nella stessa pagina. E
ad esso si aggiunge un appello alla "difesa delle
radici giudaico-cristiane e a contrasto di ogni fondamentalismo",
per poi concludere:
«Questo è il cuore del nostro programma.
Questo è il centro strategico del nostro disegno
tanto sul lato politico quanto sul lato economico, tanto
in Italia, quanto in Europa: la difesa dei valori religiosi
e dei princìpi morali, la difesa della famiglia
e delle nostre radici, l'impegno a rispettare la nostra
civiltà da parte di chi entra».
Se questi concetti erano assenti nel programma del 2001,
significa che la Casa delle Libertà ha compreso
ciò che è cambiato in questi cinque anni.
E se questi concetti non sono presenti nel programma del
2006 dell'Unione, significa che essa non ha capito, o
che ha capito diversamente da noi. Lì, in quel
programma dell'Unione, si parla di unioni di fatto, a
definire le quali - è scritto - "non è
dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento
sessuale". Lì si parla di "diritto di
elettorato amministrativo, attivo e passivo" per
gli immigrati e di "diritto di voto a livello locale
agli stranieri dotati di un regolare titolo di soggiorno
di lunga durata". Lì, insomma, si parla di
"nuovi diritti", anche se vanno a detrimento
dei vecchi, e si parla di diritti delle minoranze, senza
curarsi di quelli della maggioranza del popolo italiano.
Il professor Prodi non ama parlare di Pacs, ma poi scrive
ad Arcigay e Arcilesbisca per dire che, sì, si
faranno, anche se è bene non fare "chiasso"
durante la campagna elettorale. Al professor Prodi piace
parlare della famiglia, ma poi da un manifesto di Rifondazione
comunista si apprende che "la famiglia si articola
in una vasta molteplicità di opzioni e di libere
unioni". Il professor Prodi si considera un credente
rispettoso, ma poi l'onorevole Boselli dice che "l'Italia
è diventata una specie di sorvegliata speciale
per le gerarchie ecclesiastiche", e la onorevole
Bonino, a proposito delle parole del Santo Padre, parla
di "un colpo alla laicità delle istituzioni",
mentre la Margherita si divide fra le idee della professoressa
Binetti e del dottor Bobba e quella della onorevole Rosy
Bindi. Mi chiedo: il professor Prodi ha un programma politico
o è costretto a indossare le vesti di Arlecchino?
E poi c'è quello che ... non c'è. Nel programma
dell'Unione e nel dibattito fra le forze che la compongono
non c'è riferimento ad un'Europa identitaria, non
alle nostre radici cristiane, non al diritto alla vita,
non alla sussidiarietà, non alla pluralità
dell'educazione. C'è invece, tra quelle forze,
una tracotante protesta contro la Chiesa e il Papa, una
ideologica chiusura verso le scuole cattoliche, un'idea
di Europa angelica e senza responsabilità, una
tendenza a distaccare l'Europa dall'America, e anche -
come è scritto - "un segnale forte di discontinuità
sia al popolo iracheno sia alla comunità internazionale",
senza curarsi né del popolo iracheno né
del nostro interesse nazionale. Non sono mancati neppure
coloro che hanno scandito slogan come "10, 100, 1000
Nassyria", in spregio al nostro Paese e ai nostri
valorosi militari. Ecco perché io non accetto il
programma dell'Unione. Perché voglio la mia identità.
Voglio la mia tradizione. Voglio la mia cultura. Voglio
la mia storia. Lo voglio, tutto questo, non perché
sono tracotante o arrogante o oppressore. Lo voglio non
perché non rispetto gli altri. Lo voglio perché
rispetto me stesso. Lo voglio perché se nel mio
Paese, nella mia Europa, si aggrava ancora di più
la crisi spirituale e morale che stiamo attraversando,
allora il mio futuro sarà perduto. Noi già
il 9 aprile quel futuro eviteremo di perderlo. Abbiamo
capito che la discriminante fra noi e i nostri oppositori
politici della sinistra è, come ha scritto il presidente
Berlusconi a Isabella Bertolini, "lo scontro fra
due opposte visioni del mondo". Abbiamo capito la
posta in gioco. E siccome abbiamo capito, intendiamo vincerla,
quella posta, per noi, per i nostri figli, per l'Europa,
per l'Occidente. |