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I
PRIGIONIERI DEI SAVOIA
Una colonia penale nel Borneo per gli sconfitti del Sud |
di
Roberto Cavallo
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“…Bisogna
dunque pensare ad aggiungere alla pena di morte un’altra
pena, quella della deportazione, tanto più che presso
le impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della
deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce
più della stessa morte.”
In tali termini si esprimeva Emilio Visconti Venosta, Ministro
degli Esteri del neonato Regno d’Italia, in una sua
lettera del 1872 che è un po’ la sintesi di
come le classi dirigenti del tempo intendessero affrontare
il fenomeno del brigantaggio meridionale.
Questa lettera è solo uno dei tanti documenti che
il giornalista e storico Giuseppe Novero ha tratto dagli
archivi del Ministero degli Esteri e della Marina Militare
per dare alla luce una pagina assolutamente inedita della
storia nazionale: quella della Caienna italiana, e cioè
di un bagno penale oltremare dove spedire i prigionieri
borbonici dell’ex Regno delle Due Sicilie e i briganti
che, dopo la resa di Gaeta, continuavano ancora a combattere
i Piemontesi. Novero ha ritrovato i carteggi diplomatici,
le relazioni di governo, i dispacci e i diari di bordo delle
navi inviate in terre lontane.
I risultati di queste ricerche d’archivio sono ora
raccolti in un libro: “I prigionieri dei Savoia. La
storia della Caienna italiana nel Borneo” (Giuseppe
Novero, Sugarco Edizioni, 2011, pagg. 163).
Per quasi dieci anni (fino al 1873) i ministri dei Savoia
cercarono di fondare una colonia di deportazione prima nel
Mar Rosso, poi in Patagonia e in Tunisia. Ma gli sforzi
della diplomazia si orientarono, ad un certo punto, sull’isola
del Borneo, dove il governo aveva intenzione di creare una
vera e propria colonia penale per sbarazzarsi della moltitudine
di prigionieri, quasi tutti meridionali, che affollavano
le prigioni del tempo.
E’ emblematico come tanti dei problemi nazionali (dalla
questione meridionale al sovraffollamento delle carceri)
siano databili proprio nel processo risorgimentale e nella
conseguente Unità. Se il fatto-Unità è
oggi fuori discussione, ben vengano, però, le ricerche
d’archivio – come quella compiuta da Novero
– che conducono ad una ricostruzione più fedele
della verità storica, anche a costo di contraddire
consolidati luoghi comuni.
Nelle pagine iniziali del volume, infatti, l’Autore
non ha remore ad inserirsi in quel filone storiografico
che, pur nulla concedendo a nostalgie filo-borboniche, guarda
tuttavia con realismo e disincanto alle violenze che caratterizzarono
la “conquista del Sud”.
Il Regno borbonico innanzitutto: pur con tutte le sue carenze
(ma allora in giro per l’Europa c’era sicuramente
di peggio!) era uno Stato potremmo dire con le carte in
ordine, senza debiti, con un’imposizione fiscale accettabile,
con un’economia in grado di reggere il confronto con
gli altri Stati italiani ed europei: “Fino a qualche
anno fa la maggior parte degli studiosi pensava che, al
momento dell’Unità, il Sud avesse un ritardo
dell’ordine del 15-20 per cento. Oggi una recente
ricostruzione ci restituisce una storia diversa. Secondo
questa ricostruzione, basata su un lavoro certosino di integrazione
di fonti statistiche diverse, non è affatto vero
che al momento dell’Unità fosse economicamente
più arretrato del Nord. Il divario, invece, sarebbe
interamente un risultato della storia unitaria, qualcosa
che non esisteva nel 1861 e si sarebbe prodotto dopo.”
(pag. 12).
Qualche semplice esempio può chiarire più
di tante argomentazioni: “Nel Regno delle Due Sicilie
la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel
1866, sotto il nuovo ordine, le tasse erano già salite
fino a 28 franchi a testa…Eppure a lungo si volle
far credere che il Regno delle Due Sicilie fosse amministrato
nella corruzione e nel lassismo. La realtà assume
contorni ben diversi e più complessi. Basti ricordare
che lo Stato sabaudo aveva un sistema monetario basato sulla
carta moneta…Il Regno delle due Sicilie emetteva solo
monete d’oro e d’argento e alle polizze e ai
crediti corrispondeva il controvalore versato nei forzieri
del banco delle Due Sicilie…” (pag. 33).
Come noto le guerre risorgimentali intraprese dai Savoia
fecero lievitare il debito pubblico, così che nel
giro di pochi anni tutte le riserve meridionali furono completamente
prosciugate. L’aumento vertiginoso delle tasse e l’introduzione
della leva obbligatoria ingrossarono le fila dei ribelli
filo-borbonici che si davano alla macchia. La repressione
fu così dura che il governo italiano si pose fin
da subito il problema di dove internare tanti prigionieri.
Le carceri del Nord Italia, infatti, ben presto furono insufficienti
a gestire tante migliaia di uomini e talune di esse –
come la fortezza di Fenestrelle situata sulle Alpi –
divennero tristemente famose per l’asprezza delle
condizioni di vita. Molti soldati e “cafoni”
meridionali vi trovarono la morte fra gli stenti e le malattie
dovute al grande freddo. E’ in questa condizione che
i “liberali” italiani che governano l’Italia
unita pensano ad una colonia penale d’oltremare, avviando
costose ricerche ed intese diplomatiche che, dopo quasi
un decennio di tentativi, risulteranno comunque infruttuose.
Così, alla fine, ci penserà l’emigrazione
verso l’America a risolvere i problemi dei prigionieri
e soprattutto dei “cafoni” meridionali che il
nuovo Regno d’Italia non solo non è in grado
di gestire ma pubblicamente disprezza. A proposito dell’epistolario
diplomatico finalizzato ad ottenere qualche concessione
in Estremo Oriente per realizzarvi la deportazione, l’Autore
evidenzia che “Si parla di necessità sociale,
si parla di indole diversa dei condannati meridionali, di
difficoltà a infliggere la pena capitale.”
(pag. 126).
Il tentativo di trasferire lontano dall’Italia briganti
ed oppositori fallì dunque - oltre che per l’irrigidimento
internazionale a fronte di quelle che parevano, a torto
o a ragione, velleità coloniali del nuovo Regno -
anche per motivi che “…eticamente, rendevano
il tentativo iniquo, punitivo e moralmente condannabile.”
(pag. 147).
L’emigrazione, dunque. Se prima del 1860 il fenomeno
era sconosciuto nel Meridione e limitatamente praticato
al Nord, nel 1870 gli emigranti ufficialmente censiti erano
già più di 15.000, per aumentare in maniera
geometrica (fino ad arrivare ad un totale di circa 14 milioni)
negli anni successivi. Quasi tutti erano meridionali…
Emerge dal libro la storia dell’Italia nata dal Risorgimento
con tutte le sue sfaccettature: con gli eroismi e le viltà,
gli slanci ideali e le nefandezze. Con un chiaro obiettivo:
liberarsi dei luoghi comuni, delle forzature e delle logiche
che, ancora oggi, nel 150°, accompagnano la lettura
di quei momenti. |
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