Accade
sempre più frequentemente di assistere ad attacchi,
spesso violenti e immotivati, da parte della maggior parte
dei mass media, alle opinioni provenienti dal magistero
della Chiesa, anche rispetto a temi di natura sociale
ed economica sui quali sembra, invece, esser concessa
a chiunque la possibilità di esprimersi senza particolari
rilievi critici. Basta guardare un qualsiasi contenitore
del palinsesto televisivo per constatare come sedicenti
politologi e improvvisati maître à penser,
seduti in ordine sparso tra vallette e tronisti, tuonino
contro ogni, seppur larvato, tentativo da parte di chiunque
di introdurre un principio, un criterio che possa risultare
solo lontano parente di un’etica assolutistica e,
dunque, avverso all’ideologia imperante –
questa sì assolutistica – del relativismo
e dell’indifferentismo. Cioè, tradotto in
parole povere, quell’approccio ideologico in realtà
derivante dalla incapacità di assumersi le responsabilità
originate dal credere in qualcosa di trascendente e di
stabile, anche in una prospettiva storicistica.
Eppure, la dottrina sociale della Chiesa – così
è definito l’insieme dei principi elaborati
ed espressi dal magistero cattolico in ordine ai problemi
di natura sociale ed economica manifestatisi nella società
moderna – rivela, se solo ci si prendesse la briga
di ascoltarla o, addirittura, di leggerla, un’apertura
ed un equilibrio tali da farne comprendere immediatamente,
grazie anche ad uno stile di alta divulgazione, la profondità
delle analisi. Prendiamo in esame, per esempio, quanto
sostenuto dall’attuale Pontefice nell’ultima
enciclica “Caritas in veritate”, riguardo
il concetto di imprenditorialità.
“Le attuali dinamiche economiche internazionali,
caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono
profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa.
Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono
meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte.
Uno dei rischi maggiori è senz’altro che
l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in
essa investe e finisca così per ridurre la sua
valenza sociale. (…) la gestione dell’impresa
non può tener conto degli interessi dei soli proprietari
della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre
categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa:
i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori
di produzione, la comunità di riferimento (Benedetto
XVI, 2009, pp. 62-63).” Ne emerge una vera e propria
concezione di governance dell’impresa – inclusiva
anche dei paradigmi delle attuali teorie sulla centralità
degli stakeholders (soggetti che contribuiscono alla vita
dell’impresa) – decisamente ispirata a principi
di giustizia distributiva e sociale e non esclusivamente
commutativa (secondo la quale i rapporti del dare e del
ricevere sono tra soggetti paritetici, regolati pertanto
dalle sole leggi del mercato). Una concezione del modo
di intendere e di fare impresa della quale si potrebbe
ragionevolmente e proficuamente appropriare un simpatizzante,
se non addirittura un militante dell’estrema sinistra.
Il quale, però, ne sono sicuro, storcerebbe il
naso nel leggere (ma è un rischio solo ipotetico)
quanto espresso in seguito. “L’imprenditorialità,
prima di avere un significato professionale, ne ha uno
umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come
‘actus personae’, per cui è bene che
a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di
dare il proprio apporto in modo che egli stesso sappia
lavorare ‘in proprio‘ (Benedetto XVI, 2009,
p. 65)”. Si tratta qui di un passaggio fondamentale:
creare una mentalità diversa in chi lavora. Essere,
cioè, dentro il proprio lavoro. Il lavoro non appartiene
a chi lo crea, bensì a chi lo svolge. L’imprenditore
ha la responsabilità di creare le condizioni organizzative
che favoriscano un’interpretazione piena del ruolo
professionale, ma chi lo svolge deve maturare la consapevolezza
di fornire un contributo, o meglio ancora, un servizio
ad altri. Soltanto imprese che abbiano, a tutti i livelli,
al loro interno, persone con questo tipo di mentalità,
possono candidarsi ad operare proficuamente nel contesto
produttivo.
In conclusione, credo che la dottrina sociale della Chiesa
contenga una molteplicità di stimoli e di riflessioni
di elevatissimo livello, anche su temi tradizionalmente
deputati – ma non certo in via esclusiva –
ad altri, che potrebbero e dovrebbero essere di riferimento
assoluto per la costruzione di un mondo migliore e più
giusto.
Ma forse, anche qui, ha ragione il Pontefice, nel citare
Paolo VI che notava: “il mondo soffre per mancanza
di pensiero.” |