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LE CROCIATE: CAPIRLE O SENTIRCI IN COLPA? |
di
Carlo Cerbone
(saggio tratto da "Archivio afragolese. Rivista di
studi storici" - n° 6 Dicembre 2004) |
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L’Europa
soffre di una grave malattia morale e intellettuale: il
disprezzo per la propria storia. Un disprezzo che nasce
dall’ignoranza e che perpetua l’ignoranza. La
scuola, la narrativa, lo spettacolo e la stampa di informazione
sono i principali veicoli di questa ignoranza “coltivata”,
voluta, talvolta alimentata e utilizzata per fini politici.
L’uso politico della storia non è di oggi,
è di sempre; non riguarda soltanto gli avvenimenti
a noi più vicini nel tempo ma anche quelli più
lontani; non è di destra o di sinistra, ma è
di destra e di sinistra. L’uso del passato ai fini
del presente meriterebbe uno studio particolare nell’ambito
dello studio più generale della propaganda politica;
lo meriterebbe anche perché ogni epoca ha usato proprie
tecniche e perché ogni fazione ha dimostrato di avere
un proprio “stile”, e si sa che lo stile è
sempre rivelatore.
Le vittime più illustri della malattia morale e intellettuale
di cui soffre l’Europa sono il Medioevo nel suo insieme
e, al suo interno, il feudalesimo e le crociate.
L’immagine che delle crociate ha la persona di “media
cultura” con o senza laurea – la vittima tout
court di ogni genere di manipolazione, compresa quella del
passato – è totalmente negativa, tale da creare
addirittura sensi di colpa. Non è un fatto di poco
conto, perché il senso di colpa, la convinzione di
aver compiuto (o di far parte di un mondo che ha compiuto)
azioni spregevoli, indebolisce la capacità psicologica
di reazione alle prove del presente in qualche modo riconducibili
a torto o a ragione a quel passato.
Mi spiego meglio con un esempio. Gli estremisti islamici
che praticano ogni forma di terrorismo contro civili occidentali
e contro i paesi islamici che hanno scelto la convivenza
con l’Occidente definiscono “crociati”
i militari (e i civili) impegnati oggi in Iraq in operazioni
sia di guerra (americani e britannici) sia di pace (gli
italiani). Definire questi uomini “crociati”
– che lo faccia Bin Laden o il presidente Bush –
significa compiere un’operazione priva di senso e
antistorica, sia perché la religione non ha a che
vedere con l’intervento occidentale in Iraq, sia perché
gli stessi paesi che oggi operano in Iraq ieri operavano
nella ex Jugoslavia per difendere gli islamici dai serbi
cristiani. Ma poco importa. Conta altro: definendo “crociati”
quei militari e quei civili, l’estremismo islamico
evoca nel mondo musulmano l’immagine del “nemico
naturale” e mette noi, senza che ce ne accorgiamo,
in una condizione di soggezione psicologica e morale, quella
di chi sta in torto, di chi è in colpa; e se questo
può accadere, se questa tecnica di guerra psicologica
risulta efficace, è proprio per l’immagine
delle crociate che ci portiamo dentro dal tempo della scuola,
un’immagine che è stata costruita in noi da
insegnanti, romanzieri, cineasti nati non in qualche paese
islamico ma a Londra, a Firenze, a Parigi, a New York, insomma
in qualche luogo d’Occidente. In una situazione di
normalità ciò sarebbe grave; è gravissimo
oggi in presenza di un attacco terroristico che mira a suscitare
uno scontro di civiltà che – se si verificasse
– sarebbe devastante per l’Oriente come per
l’Occidente.
Le crociate – ci insegnano – furono guerre di
conquista, peggio ancora furono guerre di rapina condotte
da “nobili privi di terra disposti a qualunque avventura
pur di procurarsi feudi e bottino”. La frase si legge
in uno dei manuali di storia più diffusi nelle nostre
scuole, quello pubblicato dalla Zanichelli. Nello stesso
libro Saladino I (un curdo educato in Siria) è definito
“saggio sovrano d’Egitto” (fu signore
anche della Siria e dello Yemen, terre tutte di cui si impadronì
con le armi). Di che natura fosse la sua saggezza ce lo
dice una fonte non sospetta, il suo segretario Imad ed-Din
nel descrivere il modo in cui si comportò con i cavalieri
templari catturati nella battaglia di Hattin (1187): “Egli
(il Saladino) ordinò che essi dovessero decapitarsi,
preferendo averli morti che in prigione. Con lui c’era
gran schiera di eruditi e di sufi e un certo numero di uomini
devoti e asceti; ognuno di loro supplicò che gli
fosse permesso di ucciderne uno e sguainare la sua spada.
(…) Saladino, gioendo in viso, stava seduto sul suo
baldacchino, i miscredenti (cioè i cavalieri templari)
mostravano nera disperazione”. Un tempo, da noi, il
“saggio sovrano d’Egitto” era conosciuto
come “il feroce Saladino” e i crociati erano
visti come gentili cavalieri. Oggi è il contrario,
da noi; oggi il Saladino e i crociati sono visti, dalla
maggioranza degli occidentali, proprio come li vede il mondo
islamico: un saggio e un eroe il primo, delinquenti i secondi.
L’esempio del Saladino non tragga in inganno: non
voglio affatto dire che i cristiani del tempo delle crociate
furono “buoni” e i musulmani “cattivi”.
Feroci furono gli uni e gli altri, perché feroci
erano i costumi del tempo, perché terribili sono
tutte le guerre. I cristiani, benché credenti in
una religione che predicava la pace e l’amore del
prossimo, non furono meno efferati dei loro antagonisti:
le stragi di ebrei compiute a Magonza, a Colonia, a Spira,
a Worms, a Praga dai pellegrini della “crociata popolare”,
la strage di musulmani e di ebrei compiuta dall’armata
cristiana dopo la presa di Gerusalemme (1099) bastano da
sole a dirlo. Voglio soltanto rilevare che oggi il male
è visto soltanto da una parte, come ieri era visto
soltanto dall’altra parte, con un rovesciamento dell’ottica
che (oltre a essere il sintomo della malattia dell’Europa
alla quale accennavo) rende impossibile la comprensione
di uno dei capitoli più importanti della nostra storia
e fa dimenticare che il duro confronto tra Cristianità
e Islam non fu sempre bellico e non impedì il rispetto,
l’amicizia e la collaborazione tra i seguaci delle
due fedi.
Avidi, feroci, ignoranti, fanatici, mossi soltanto da intenti
predatori: così dunque vengono descritti i crociati.
L’immagine risale all’Illuminismo e ha trovato
rinnovata e compiuta formulazione in veste scientifica nell’opera
di uno storico britannico, Steven Runciman, pubblicata nel
1954.
Nei sessant’anni trascorsi da allora gli studi sulle
crociate si sono moltiplicati. La “Society for the
Study of the Crusades and the Latin East”, un’organizzazione
professionale di studiosi delle crociate, conta oggi 480
membri in 30 nazioni, centinaia di studi sono pubblicati
ogni anno. “Il risultato è che ora noi sulle
crociate e sui crociati sappiamo più di quanto si
sia mai saputo prima (…). Gli studiosi moderni hanno
largamente rigettato la condanna di Runciman delle crociate”,
scrive Thomas F. Madden, docente di storia medievale, nell’Introduzione
al libro da lui curato The Crusades pubblicato da Blackwell
Publishing Ltd nel 2002.
La complessità del fenomeno crociato è ben
sintetizzata da Franco Cardini, uno dei maggiori medievisti
italiani, non sospettabile di intenti apologetici perché
anzi, benché cattolico, si è dovuto difendere
dall’accusa di “avvocato d’ufficio”
dell’Islam. “La crociata – scrive –
fu una realtà fluida e mutevole, esito – ad
onta dei molti tentativi fatti per ingabbiarla teologicamente
e giuridicamente – d’una pluralità d’istanze
e di situazioni. Nata nell’XI secolo come pellegrinaggio
armato, sviluppatosi come guerra per la conservazione o
il recupero della Terrasanta ai cristiani, conobbe un ampliamento
quasi immediato verso la penisola iberica – era essa
stessa, del resto, conseguente alle guerre dell’XI
secolo contro i mori di Spagna, i musulmani di Sicilia e
i corsari saraceni del Mediterraneo – e fu quindi
utilizzata dalla Chiesa come mezzo prima di espansione verso
il nord-est europeo, quindi come arma di repressione interna
nei confronti di eretici e di nemici politici del papato.
Tanto nei confronti dei saraceni quanto in quelli dei pagani
slavi, balti e finni del Nordeuropea (ma anche, sul piano
concettuale, degli eretici) la crociata s’incontrò
nella pratica spesso con l’ideale di missione, rispetto
al quale si configurò ora come opposta, ora come
complementare. Essa non perse mai d’altronde la vocazione
a una pace interna alla Cristianità, che era condizione
primaria per un’efficace azione contro gli infedeli:
difatti, nelle fonti tardomedievali, la si qualifica talvolta
addirittura con le parole ‘perdono’ e ‘giubileo’.
Quando, con i secoli XIV-XV – prosegue Cardini –,
si andò profilando alle frontiere sudorientali d’Europa
la minaccia ottomana, la crociata cambiò ancora una
volta aspetto per ripresentarsi come guerra di difesa del
continente unito contro una nuova minaccia barbarica. La
politica delle leghe contro il Turco, fra Quattro e Settecento,
fu una specie di crociata laicizzata nei suoi fini in quanto
l’elemento religioso in essa andò scomparendo
– per quanto mai del tutto – per dar luogo a
una sorta di sentimento di difesa geopolitica e geoculturale.
Insomma, la crociata è una realtà soggetta
a una complessa articolazione, che accompagna la storia
di quasi tutto il II millennio”.
Per capire le crociate bisogna innanzitutto capire l’Islam,
perché senza Islam non ci sarebbero state le crociate.
Ovviamente qui non è possibile approfondire il tema
e considerare anche i dettagli e le sfumature della grande
sintesi e “reinvenzione” di cristianesimo, ebraismo
e gnosticismo realizzata da quel genio religioso e politico
che fu Maometto; dovrò limitarmi agli aspetti che
possono interessare direttamente il nostro tema.
L’islamismo nasce come religione alternativa al cristianesimo,
che si pone come obiettivo la distruzione di tutte le “false
fedi”, cristianesimo compreso, suo diretto concorrente.
L’islamismo infatti, come il cristianesimo, è
una religione universale e non possono convivere due religioni
con questa pretesa se una di esse (quella islamica nel nostro
caso) concepisce la propria espansione in senso territoriale,
come conquista non di coscienze ma di terre. La prima e
più evidente differenza tra islamismo e cristianesimo
è proprio in rapporto a questa comune caratteristica,
l’universalità. Il cristianesimo, pur ponendosi
come unica religione vera, non pretende di piegare a sé
con la forza i non credenti: il suo sforzo è rivolto
(di norma) a convertire, perché è religione
dell’anima, della persona, del singolo, la fede per
il cristiano non può essere che un atto interiore
e come tale non può essere imposta (non sempre i
cristiani hanno agito coerentemente con i dettami della
loro fede, ma questo è un altro discorso). Nel cristianesimo,
come nell’ebraismo, uomo e Dio sono “alla pari”,
dialogano; nell’islamismo no, soltanto Allah parla
attraverso il profeta. In ambito islamico non può
nemmeno essere immaginata una figura come Giobbe che interroga
Dio sulle proprie sciagure; non può nemmeno essere
immaginato un poeta come Alfred de Vigny, fervente cattolico,
che del giorno del Giudizio dà questa sorprendente
definizione: “il giorno in cui Dio verrà a
giustificarsi”.
L’islamismo invece è religione del dominio,
dell’obbedienza, il suo regno è in questo mondo
innanzitutto, soltanto dopo è nel cuore dell’uomo.
Un mondo in cui il tempo è fermo, in cui la conoscenza
è ferma, in cui è possibile soltanto la conoscenza
utile alla vita materiale (l’abbandono della filosofia
greca nel secolo XII non è un caso, un accidente
lungo il percorso dell’islamismo). L’Islam infatti
può essere soltanto obbedito, non può essere
pensato, il Corano è la rivelazione del libro divino,
il Kitab, il libro segreto di Dio che è disceso sul
profeta come una recitazione: prima del Corano non c’è
nulla, dopo il Corano non c’è nulla, per questo
alcuni studiosi negano che l’islamismo sia una autentica
“religione del Libro”, per questo la teologia
musulmana è una apologetica, per questo non esiste
una storia del Corano (Salman Rushdie è stato condannato
a morte per aver cercato nel Corano il residuo politeista
– i “versetti satanici” non sono altro
che questo –, per aver fatto cioè lavoro di
storico). Nel Dio coranico, ha scritto Gianni Baget Bozzo
in un breve saggio molto penetrante, “c’è
solo la volontà di Dio; una volontà che si
rivolge a coloro che sono disposti ad accettare la sottomissione
al Corano. È in essi che la Volontà volente
diviene volontà voluta. Così avviene una radicale
selezione nell’umanità: la realtà islamica
e la realtà non islamica. (…) Il Dio coranico
è una volontà che si pone come discriminazione
tra il musulmano ed il non musulmano. Infine l’umanità
non musulmana per il Dio coranico è il male, la cattiva
esistenza. (…) Ciò che non è islamico
diviene esistenza contro la Volontà creante”.
Da ciò deriva che “il principio del combattimento
è essenziale all’Islam (…), il principio
coranico è l’estensione della soggezione islamica
a tutto il mondo e l’annientamento di ciò che
si oppone al Dio coranico”. Il jihad è l’impegno
di ogni giorno e di ogni uomo musulmano, è la “volontà
di sforzarsi sulla via di Allah”, quindi innanzitutto
battaglia interiore. Contemporaneamente però è
“guerra santa” finalizzata a distruggere i nemici
della “vera fede” e a porre in dominio dei “fedeli”
l’intero mondo; essa non nasce da una contingenza
(per esempio, la necessità di difendersi): si tratta
di “rendere a Dio la realtà umana convertendo
il mondo infedele, il mondo che non è scritto nel
Kitab”, o distruggendolo. Sta in questo il carattere
forse più originale dell’Islam: Maometto ha
creato una religione universale concepita come una grande
armata.
L’ultima grande spedizione militare di Maometto, a
Tabuk, sul confine siriano-bizantino, fu preceduta da una
rivelazione divina al profeta “che si configurava
come una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti
di cristiani ed ebrei, entrambi descritti, stranamente,
come non credenti in Allah o nel giorno del Giudizio”
(P. Partner). Al suo rientro da Tabuk, Maometto fece una
dichiarazione che possiamo ritenere la parola conclusiva
del suo messaggio perché sarebbe morto da lì
a poco. In essa “garantiva un periodo di grazia di
quattro mesi a coloro che rifiutavano l’Islam, scaduto
il quale i musulmani avrebbero massacrato tutti i miscredenti
non protetti da trattato ovunque li avessero trovati”,
scrive Partner.
Ripeto, non vorrei essere frainteso. L’islamismo è
una grande religione, con un fortissimo contenuto morale,
che ha svolto un ruolo civilizzatore innegabile nelle aree
geografiche in cui ebbe origine. Merita non solo considerazione,
per questo ruolo e per la sua forza (oggi anche numerica),
ma anche rispetto. L’islamismo non può essere
ridotto alla volontà di conquista di terre, che pure
è un elemento determinante ed essenziale del suo
essere nel tempo. Ma tutti gli insegnamenti morali di Maometto
valgono all’interno del mondo musulmano, non valgono
per gli infedeli nei confronti dei quali è lecito
tutto, a cominciare dal mancamento di parola. Ma quali sono
per i musulmani i confini del mondo islamico? Islam non
è soltanto la comunità dei fedeli ma è
anche terra, quella conquistata con le armi e quella dei
popoli che si sono convertiti; diventa terra islamica “di
diritto” anche quella su cui un musulmano prega una
volta sola: paradossalmente, se un seguace di Maometto pregasse
Allah dentro San Pietro, la basilica diventerebe automaticamente
(per i musulmani) terra islamica provvisoriamente e ingiustamente
occupata dal pontefice romano, e quindi obiettivo potenziale
di un jihad. Si comprende anche, così, perché
la conversione degli “infedeli” non sia mai
stata l’obiettivo della “guerra santa”
islamica e perché per l’infedele convertirsi
non bastava a salvaguardare i suoi diritti di proprietà:
il neofita teoricamente diventava proprietà pubblica
islamica (fay), a meno che la sua conversione non avvenisse
secondo le condizioni fissate da un trattato.
I cristiani latini dell’anno 1095 – l’anno
della proclamazione della crociata – tutto questo
non lo sapevano. Per loro i musulmani erano semplicemente
“pagani”, anche se qualcuno di vista più
lunga era propenso a considerarli piuttosto eretici. Non
sapevano tutto questo, ma in compenso sapevano altre cose.
Per esempio, che quei “pagani” non potevano
essere convertiti con facilità al cristianesimo;
peggio ancora, quei “pagani” avevano una straordinaria
capacità di convertire, di portare a sé gli
altri. I cristiani della Siria, del Libano, della Palestina
e dell’Africa mediterranea si erano convertiti quasi
tutti all’islamismo, alla religione di chi aveva occupato
le loro terre, sia per non pagare la tassa particolare imposta
dai musulmani agli infedeli e per non subire umilianti discriminazioni
(è più semplice vivere condividendo il credo
di chi ha il potere: conversioni in massa al cristianesimo
si erano avute dopo che Costantino aveva elevato a religione
di Stato il messaggio di Gesù), sia perché,
forse, l’islamismo sembrava loro una religione più
facile da capire e da seguire e anche più “comoda”,
meno in contraddizione con le beatitudini terrene. I cristiani
latini dell’anno 1095 sapevano anche un’altra
cosa: che quei “pagani” che invocavano Allah,
a differenza dei Vandali, degli Unni, degli Ostrogoti, ecc.,
avevano alle spalle un vero e proprio impero – se
pur frazionato in diverse entità politiche spesso
in lotta fra loro –, una riserva infinita di combattenti;
non erano insomma orde alla ricerca di un po’ di bottino
(benché fossero anche questo, e talvolta solo questo)
ma avanguardie di una civiltà in forte espansione,
difficile da fermare. Le vicende spagnole stavano là
a dimostrarlo: quando sembrava che gli eserciti cristiani
avessero ricacciato indietro gli islamici, ecco che questi
si erano ripresi in fretta ed erano tornati all’offensiva
con vigore anche maggiore.
Religione capace di un grande proselitismo grazie anche
alla semplicità dei suoi dogmi e dei suoi riti, l’islamismo
si era diffuso nel mondo in breve tempo e con l’ausilio
delle armi (“Il Paradiso sta all’ombra della
spada”, “le spade sono la chiave del Paradiso”
ha detto Maometto). In un secolo circa i seguaci del profeta
avevano costruito un gigantesco impero, più vasto
di quello romano al suo apogeo, che andava dalla penisola
iberica ai confini dell’India e della Cina, e tentato
di spingersi nell’Europa centrale a Est e a Ovest.
Se i musulmani non fossero stati fermati nel 717 davanti
a Costantinopoli e nel 732 (733 secondo alcuni storici)
nei pressi di Poitiers, oggi l’Europa sarebbe islamica.
Alcuni storici negano l’importanza della battaglia
di Poitiers, che riducono a scaramuccia, perché le
scorrerie musulmane in Francia proseguirono per diverso
tempo. Sta di fatto che furono solo scorrerie, azioni banditesche
(come tante ce ne erano state e tante ce ne sarebbero state
ovunque in Occidente) che non avevano alle spalle un progetto
politico-militare. Senza Poitiers avremmo avuto solo azioni
banditesche al di qua dei Pirenei? Se i contemporanei videro
nella vittoria di Carlo Martello un’impresa decisiva
per la Cristianità una ragione l’ebbero e quel
che importa infine è come essi percepirono l’evento.
Rimane dunque fondata, a mio avviso, l’opinione dello
storico Edward Gibbon che senza Poitiers oggi saremmo tutti
circoncisi. È vero però che le sconfitte inflitte
dai bizantini ai musulmani nell’VIII secolo furono
per le sorti della Cristianità (compresa quella latina)
più importanti della vittoria di Carlo Martello nei
pressi di Poitiers.
Le vittorie cristiane in questo periodo non posero fine
all’offensiva musulmana contro l’Occidente,
essa si rivolse con decisione verso l’Italia. Nell’831
cadde Palermo, nel 964 fu completata la conquista della
Sicilia (presa di Rametta e sterminio dei suoi difensori);
finirono in mani musulmane anche Sardegna e Corsica; nell’842
fu presa Bari con il tradimento. Tra VIII e IX secolo l’aggressione
musulmana alle città italiane fu continua: Taranto
diventò una base per le azioni di pirateria, Cosenza
fu assediata, Reggio Calabria conquistata; colonie saracene
si stabilirono al Circeo (nei pressi dell’attuale
Latina), e a Frassineto sulle Alpi Marittime; nel 935 fu
saccheggiata Genova; subirono sacco e distruzione più
volte le abbazie di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno;
Pisa fu assalita nel 1004, Luni distrutta nel 1016, lo stesso
anno fu assediata Salerno; anche Benevento conobbe il saccheggio
e l’incendio. Era una guerra di rapina essenzialmente,
e uno dei beni più preziosi era costituito dagli
uomini e dalle donne che venivano rapiti e portati schiavi
in Siria, in Egitto, nei paesi berberi: il monaco Bernardo,
che viaggiava con un salvacondotto dell’emiro di Bari,
racconta che a Trapani erano alla fonda sei navi in cui
stavano stipati novemila prigionieri “de Beneventanis
christianis”.
L’anno fatale fu l’846, quando Roma fu assalita
e la basilica di San Pietro saccheggiata. Insomma quasi
tutta la penisola, ad eccezione forse della Valle Padana,
fra il IX e il X secolo conobbe incursioni arabe marittime
e terrestri. Ci fu un preciso disegno di conquista della
“Grande Terra”, come gli arabi chiamavano la
nostra penisola? Secondo alcuni storici sì; ma soltanto
con l’emiro aglabita di Sicilia Ibrahìm ibn
Ahmad, che risalì la Calabria dopo aver conquistato
Taormina nel 902, si può cogliere, ha scritto Nicola
Cilento, “un disegno di conquista dell’Italia
nel messaggio minaccioso in cui egli annunziava la ripresa
del gihàd e il proposito di conquistare e distruggere
la stessa Roma, colpendo la sede Petruli senis, del ridicolo
vecchio Pietro”.
Gli italici, benché divisi, seppero reagire, come
avevano fatto gli asturiani e i franchi. Nell’849
una flotta costituita da navi di Napoli, Gaeta e Amalfi,
al comando del console napoletano Cesario, affrontò
e distrusse nel mare davanti a Ostia la flotta saracena
venuta dall’Africa per un nuovo assalto a Roma. In
seguito un’altra coalizione formata da Napoli, Gaeta,
Capua, Benevento e Salerno, con a capo papa Giovanni X,
attaccò il campo musulmano sul Garigliano dal quale
erano partite le spedizioni contro le abbazie di Montecassino
e di San Vincenzo al Volturno. Nell’876 l’imperatore
Basilio scacciò i musulmani dalla Puglia. Nel 1061
i normanni di Ruggero d’Altavilla, con l’appoggio
della flotta pisana, presero Messina dando inizio alla riconquista
della Sicilia che sarebbe durata trent’anni. Nella
penisola iberica per la Reconquista ci sarebbe voluto più
tempo anche perché i raffinati e molli almoravidi
erano stati scalzati dal potere da una setta che oggi diremmo
fondamentalista, quella degli almohadi, gente rozza, combattiva,
feroce. Decisive furono la battaglia di Las Navas (1212)
e la conquista di Siviglia (1248), cinque secoli dopo la
battaglia di Cavadonga che aveva segnato l’inizio
della Reconquista.
Alla fine dell’XI secolo in area mediterranea la minaccia
islamica risultava ormai contenuta ma non scongiurata. In
Oriente era tutt’altra faccenda. L’impero bizantino
tra alterne vicende di guerra aveva saputo tener testa all’aggressione
islamica pur perdendo molti importanti territori e aveva
raggiunto una sorta di convivenza con gli arabi. In quello
scorcio di tempo aveva anche visto però levarsi contro
di sé una nuova minaccia, quella dei turchi selgiuchidi
da poco convertiti alla corrente sunnita dell’Islam.
Nel 1095 l’imperatore Alessio chiese aiuto all’Occidente,
aveva bisogno di mercenari per far fronte alla rinnovata
offensiva islamica. Il suo appello non cadde nel vuoto.
A Piacenza, dove si celebrava il concilio, lo ascoltò
papa Urbano II, successore e continuatore della politica
di riforma e di affrancamento della Chiesa condotta da Gregorio
VII.
Al termine di un altro concilio, quello di Clermont, il
27 novembre 1095 Urbano II convocò una grande adunanza
di popolo davanti alla cattedrale e sollecitò la
mobilitazione generale dei cavalieri d’Europa perché
portassero aiuto ai cristiani d’Oriente e liberassero
Gerusalemme oppressa dai musulmani. Era la proclamazione
di quella che noi chiamiamo “crociata” (il termine
sarebbe comparso solo nel XIII secolo e solo dal XVIII sarebbe
stato usato nel significato che noi gli diamo oggi, e già
allora con una forte carica polemica), che in quegli anni
si chiamava in altro modo: passagium (“passaggio attraverso
il mare”), passagium generale (spedizione indetta
con bolla papale, interessante l’intera cristianità),
iter (“viaggio”), peregrinatio (pellegrinaggio).
L’allocuzione di Urbano II non ci è giunta
nel testo originale ma attraverso i racconti dei cronisti,
non sempre coincidenti. Fulcherio di Chartres, testimone
oculare, ci ha tramandato questa versione: “Poiché,
o figli di Dio, gli avete promesso di osservare tra voi
la pace e di custodire fedelmente le leggi con maggior decisione
di quanto siate soliti, è il caso d’impegnare
la forza della vostra onestà (ora che la correzione
divina vi ha rinvigoriti) in qualche altro servizio a vantaggio
di Dio e vostro. È necessario che vi affrettiate
a soccorrere i vostri fratelli orientali, che hanno bisogno
del vostro aiuto e lo hanno spesso richiesto. Infatti, come
a molti di voi è già stato detto, i Turchi,
gente che viene dalla Persia e che ormai ha moltiplicato
le guerre occupando le terre cristiane sino ai confini della
Romania uccidendo molti e rendendoli schiavi, rovinando
le chiese, devastando il regno di Dio, sono giunti fino
al Mediterraneo cioè al Braccio di San Giorgio. Se
li lasciate agire ancora per un poco, continueranno ad avanzare
opprimendo il popolo di Dio. Per la qual cosa insistentemente
vi esorto anzi non sono io a farlo, ma il Signore affinché
voi persuadiate con continui incitamenti, come araldi di
Cristo, tutti, di qualunque ordine (cavalieri e fanti, ricchi
e poveri), affinché accorrano subito in aiuto ai
cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe
malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando, a morte in viaggio
o durante la traversata o in battaglia contro gli infedeli,
vi sarà l’immediata remissione dei peccati”.
La crociata proclamata da Urbano II fu dunque una guerra
difensiva e di riconquista delle terre cristiane, di liberazione
innanzitutto del Santo Sepolcro. Una “guerra santa”,
ma non contro l’Islam in quanto religione bensì
contro l’Islam in quanto potenza politica, militare
e religiosa, una potenza di carattere quasi colonialistico
si potrebbe dire.
La liberazione di Gerusalemme fu il fine principale che
si pose Urbano II, ma non la fine dell’impresa cui
egli aveva dato inizio. Dietro gli obiettivi dichiarati
ve ne erano infatti altri, gli stessi perseguiti da Gregorio
VII: 1) riconciliare le chiese cristiane di Oriente e Occidente;
2) affrancare la Chiesa dai poteri temporali, fare del pontefice
romano l’arbitro della Cristianità; 3) favorire
il processo di pacificazione nelle terre cristiane, tra
le “nazioni” e all’interno delle “nazioni”,
dirottando verso un nemico esterno le energie di una società
in piena crescita.
I primi due obiettivi non furono raggiunti. Anzi i rapporti
tra le due chiese peggiorarono a causa delle crociate, il
saccheggio di Costantinopoli (1204) aprì tra loro
una ferita che ancora non si è rimarginata, la Chiesa
di Roma si trovò sempre più alla mercè
dei potentati laici, le nazioni cristiane sempre più
divise, Gerusalemme tornò presto in mani “infedeli”,
i regni latini (nei quali alcuni hanno visto una forma di
protocolonialismo) non durarono. Il fallimento maggiore,
in apparenza, fu proprio quello dei regni crociati, e certo
ebbero una vita breve (anche se vigorosa) e la loro difesa
costò molto in vite umane e in denaro. Ma gli storici
hanno rivalutato il loro ruolo: essi contribuirono in modo
significativo “a dirottare le energie espansionistiche
dell’Islam, ormai unificato, dall’avanzata in
Occidente in un momento in cui, con i regni nazionali ancora
non completamente formati, l’Europa rimaneva sospesa
in un fragile equilibrio” (M. R. Tessera, in M. Meschini,
che rinvia in particolare agli studi di J. Richard).
Il terzo obiettivo (la pacificazione della Cristianità)
non sappiamo in quale misura fu perseguito con vera consapevolezza.
Certo, la crociata è legata alla “pace di Dio”
e alle difficoltà di realizzarla; certo, la crociata
è legata all’espansione commerciale e militare
delle città italiane e alla diaspora conquistatrice
normanna; certo, la crociata va vista anche in relazione
alla difficoltà del ceto feudale di adattarsi ai
mutamenti sociali ed economici e all’esplosione demografica
in Europa. Ma non bisogna confondere ciò che favorisce
o rende possibile un evento con le cause dell’evento
stesso. Vedere nella crociata una sorta di “valvola
di sicurezza” per i cavalieri angariati dalle costrizioni
di una “pace di Dio” che vietava le guerre private,
come fanno alcuni storici, è puerile. Proprio su
quest’ultimo aspetto invece è stato messo l’accento
negli ultimi cinquant’anni. “L’Occidente
– rileva Flori – avrebbe in certo modo risolto
i suoi problemi interni esportando la violenza, inviando
i peggiori agitatori a combattere lontano dalle sue frontiere.
Se pure vi è una parte di verità in questa
visione, essa vale soltanto per un’infima parte dei
contingenti crociati. La maggior parte di essi erano più
elementi di ordine che di disordine, e la loro partenza
ha anzi messo a repentaglio la pace nelle regioni che lasciavano”.
Quanto all’avidità che avrebbe spinto i cavalieri
cristiani nell’impresa d’Oltremare, Riley-Smith
ha dimostrato che il viaggio a Gerusalemme rappresentava
per le famiglie un grossissimo peso (l’operazione
non era “redditizia”) e si sa che quasi tutti
tornarono molto più poveri di quando erano partiti.
Certo speranze materiali ci furono, ma esse costituirono
soltanto una componente, e marginale, dell’avventura
nel segno della Croce.
Il fallimento di molti degli obiettivi dichiarati da Urbano
II e di molti di quelli rimasti inespressi ha fatto dire
a uno storico autorevole, Jacques Le Goff, che l’albicocca
è stata il solo vantaggio che le crociate abbiano
portato all’Occidente. Lo stesso storico però,
nello stesso libro, riconosce alle crociate un risultato
positivo sulla lunga durata: esse sanciscono “la fine
di una illusione della cristianità europea, l’idea
che la capitale della Cristianità si trovi a Gerusalemme.
Da questo punto di vista il fallimento delle crociate costituì
una condizione assai favorevole per l’unione europea.
Esso – aggiunge Le Goff – sigilla la coincidenza
per molto tempo fra cristianità ed Europa”.
Una coscienza europea aveva cominciato a formarsi proprio
al tempo della Reconquista. È significativo che l’esito
della battaglia di Poitiers venga definito una “vittoria
degli europei” in una cronaca anonima, la Continuatio
hispana, prosecuzione della cronaca di Isidoro di Siviglia.
L’Europa, come identità, si formò in
rapporto all’Islam, nello scontro con l’Islam.
Anche il cristianesimo latino si forgiò in questo
scontro che per i credenti in Gesù salvatore costituì,
si può dire, un nuovo e più duro confronto
con la realtà del mondo terreno.
L’attacco islamico all’Oriente cristiano e all’Europa,
cominciato subito dopo la morte di Maometto e durato fino
agli inizi del XVIII secolo determinò infatti una
vera e propria rivoluzione dottrinale nella Cristianità
nei confronti della guerra. Il processo era cominciato molto
prima, quando si era stabilita un’alleanza duratura
tra la Chiesa e l’Impero in seguito alla conversione
di Costantino e alla proclamazione del cristianesimo religione
ufficiale dello Stato romano. I cristiani, che condannavano
ogni forma di violenza compresa quella difensiva, non più
estranei all’Impero, dovettero fare i conti con la
realtà della vita, con gli assalti e le distruzioni
dei barbari, con la necessità di difendere gli uomini
e le chiese di Dio. Il rifiuto del servizio militare (che
era stato una delle cause principali delle persecuzioni
da parte dello Stato romano) non aveva più giustificazione
né senso: difendere l’Impero era lo stesso
che difendere la Chiesa, i suoi beni, la sua libertà.
Fu Sant’Agostino a porre le premesse di quella che
i canonisti avrebbero definito la “guerra giusta”,
la guerra intrapresa per ristabilire la giustizia, difendere
la patria e la libertà, recuperare beni della Chiesa;
“giusta” ad alcune condizioni, fra le quali
che essa fosse condotta da soldati immuni da odio o da interessi
personali. Le crociate furono sentite come “guerre
giuste”, perché difensive e finalizzate a ripristinare
la giustizia; ma furono essenzialmente “guerre sante”
perché ebbero come fine la restituzione dei luoghi
santi alla Cristianità e costituirono per i pellegrini-combattenti
uno strumento di salvezza della loro anima.
La “guerra santa” cristiana è diversa
dal jihad degli islamici. La prima è il frutto di
situazioni straordinarie e contingenti e compare nella Cristianità
mille anni dopo la nascita di Cristo. Il jihad invece nasce
con l’islamismo, è Maometto stesso a teorizzarlo,
e ha come scopo non la difesa o il recupero di luoghi sacri
ma la conquista di territori non sottomessi all’Islam;
in questi territori è lecito attaccare, saccheggiare,
uccidere le popolazioni considerate nemiche che resistono
e non si sottomettono all’Islam.
“Molti pensatori musulmani contemporanei – scrive
uno dei maggiori storici delle crociate, Jean Flori –,
per dissociarsi dalle tendenze estremiste dei movimenti
islamisti, mettono l’accento sul senso non guerriero
che può rivestire il termine jihad. Ma il senso guerriero
è comunque indiscutibile. In modo particolare nei
primi tempi dell’Islam e fin dall’epoca del
profeta”. La crociata per Flori è quasi l’opposto
del jihad. “Il jihad – scrive – è
voluto dai fedeli allo scopo di estendere il ‘territorio
della fede’ a partire dai santuari che ne formano
il cuore: La Mecca, Medina e Gerusalemme. Invece i tre luoghi
santi della cristianità, Gerusalemme, Roma, San Giacomo
di Compostela, sono tutti e tre situati in zone vulnerabili;
tutti e tre sono, o sono stati, invasi dai musulmani, la
chiesa di San Pietro è stata saccheggiata, Santiago
conquistata, le strade per San Giacomo sono rese pericolose
dai pirati, e questi fatti hanno forse contribuito a sacralizzare
le battaglie intraprese in Spagna per preservarle dagli
attacchi dei ‘pagani’, con una guerra santa.
La cosa è possibile ma non sicura. Il caso è
invece diverso, per quanto riguarda Gerusalemme, la cui
sacralità è infinitamente superiore. La crociata
non è quindi, se osiamo dirlo, un semplice jihad:
equivale, per i cristiani di questo periodo, a ciò
che sarebbe per i musulmani una guerra santa finalizzata
a riconquistare La Mecca, se questa fosse caduta nelle mani
degli ‘infedeli’, dei non-musulmani. (…)
Ultimo aspetto: il jihad è originale nella religione
musulmana; la guerra santa non lo è nel cristianesimo.
Essa è il risultato di un’evoluzione di quasi
mille anni (…). La crociata è una guerra santa
che, rispondendo al jihad cui si riallaccia al termine di
una rivoluzione dottrinale durata mille anni, volge le spalle
alla dottrina evangelica e della Chiesa primitiva per attingere
nelle ‘guerre del Padre Eterno’ riportate nell’Antico
Testamento argomenti finalizzati a nutrire il suo nuovo
atteggiamento”.
Alcuni storici hanno molto insistito sulla “tolleranza”
dei musulmani nei confronti dei cristiani e degli stessi
ebrei, contrapponendola alla intolleranza dimostrata molte
volte dai cristiani, specialmente dai franchi, arroganti
e violenti, che non riuscirono a stabilire un buon rapporto
né con i musulmani né con i cristiani d’Oriente,
tanto meno con gli ebrei che furono le prime vittime della
corsa alla liberazione del Santo Sepolcro. Questa tolleranza
va capita piuttosto che esaltata. Intanto essa c’era
solo nei confronti degli adepti delle religioni rivelate
monoteiste: i politeisti erano tenuti a convertirsi o a
morire, e questo spiega la durevolezza della conquista islamica
dei territori “pagani”. Ebrei e cristiani –
i quali agli occhi dei musulmani sono dei credenti parziali,
non finiti, che hanno ricevuto solo una parte della rivelazione
– potevano invece, in terra islamica, continuare a
praticare la loro religione, a condizione di farlo in piena
umiltà, senza fare proselitismo e nel rispetto delle
leggi e dell’autorità musulmana (questo principio
vige tuttora nella maggioranza dei paesi islamici, compresi
quelli amici dell’Occidente). A questo prezzo –
scrive Flori – essi erano ‘protetti’ (dhimmi)
e relativamente poco disturbati malgrado alcune misure a
volte umilianti “che sarebbe inutile negare”.
Si tratta di misure discriminatorie di fronte al fisco (gli
“infedeli” pagavano tasse più alte) e
alla giustizia, unite a distinzioni nell’abbigliamento
e a un certo disprezzo da parte dei musulmani.
“Tolleranti” nello stesso modo – a parte
le violenze della guerra – furono i cristiani. Il
comportamento degli uni fu speculare a quello degli altri,
come ha ben messo in evidenza Jean Flori. “I cristiani
vincitori – scrive – lasciarono agli ebrei la
loro antica condizione di dimmi, e la estesero ai musulmani,
che poterono così continuare a osservare la loro
religione, ad avere i loro tribunali e le loro scuole, e
ad andare in pellegrinaggio ai luoghi di culto. Ai musulmani
furono lasciate alcune moschee, e tutte le altre furono
trasformate in chiese; ma per lo più si trattò
di un ripristino, perché molte moschee erano già
state delle chiese prima della conquista musulmana. Alcuni
edifici erano assegnati a cristiani e musulmani insieme”.
Secondo Ibn Jobair, che scriveva nel 1183, la condizione
dei musulmani in Palestina era tuttavia meno felice di quella
dei cristiani delle terre islamiche; in tutti i territori
era vietato l’invito alla preghiera dall’alto
dei minareti; ma anche le campane delle chiese – rileva
Flori – venivano vietate nelle terre islamiche. Le
misure discriminatorie che vennero prese riguardo al vestire
erano le stesse che erano state prese nei confronti dei
cristiani che vivevano nelle terre dell’Islam; i prigionieri
musulmani certe volte venivano uccisi; ma generalmente erano
fatti schiavi e si fissava un riscatto, e lo stesso avveniva
per i prigionieri cristiani nelle terre islamiche.
Lo scontro tra cristiani e musulmani, in Europa come in
Oriente, non comportò sempre odio e disprezzo degli
uni per gli altri, non compromise i rapporti tra i due mondi.
Nelle stesse cronache del tempo i saraceni e i cristiani
non sono sempre descritti in modo negativo, i gesti di lealtà
e di umanità vengono riconosciuti e talvolta sottolineati.
Nei testi dell’Italia meridionale continentale i musulmani
sono detti delinquenti, iniqui, nefanda gens, ma ciò
che più sembra colpire i loro autori è la
natura scaltra, l’avvedutezza nel compiere il male,
la propensione al tradimento dei seguaci di Maometto. Ma
non è sulla ferocia e l’astuzia dei musulmani
che insistono i cronisti latini, quanto piuttosto sul dissidio
tra i cristiani come causa prima dello spadroneggiare degli
“infedeli” nella penisola.
In Oriente la crociata non portò soltanto distruzione.
La conquista della Terrasanta produsse correnti migratorie
di uomini che non erano tutti guerrieri, i pellegrini erano
in gran parte contadini e artigiani, e molti erano animati
da spirito pionieristico. “Tutto ciò produsse
l’evoluzione dell’economia e dei modi di vita
e il regresso dell’allevamento nomade o seminomade.
Le terre lasciate fino a quel momento incolte, per il passaggio
o i pascoli delle greggi, vennero messe a coltura, e quelle
a valle furono ulteriormente irrigate. La vigna, e successivamente
la canna da zucchero, conobbero grandi progressi. Gli stessi
viaggiatori o storici musulmani sottolineano questi successi
e le conseguenze politiche della pacificazione: i signori
franchi attiravano nelle loro terre quei musulmani che desideravano
vivere o lavorare in condizioni di maggiore sicurezza”
(J. Heers, in P. Racine).
Per concludere, se le crociate non raggiunsero gli obiettivi
che la Cristianità latina si era posti, in compenso
portarono altri, non previsti risultati. Facilitarono il
processo di pacificazione continentale e favorirono lo sviluppo
economico e civile del quale peraltro erano anche un frutto;
spianarono la strada al rafforzamento dei poteri regi allontanando
dai territori d’Europa molti di quei principi che
potevano contrastarli. “Avendo abbreviato e appianato
la via verso le monarchie feudali e al tempo stesso facilitato
il crescere delle città – scrive Franco Cardini
–, la spedizione del 1096 si configura come uno degli
eventi fondanti dell’Europa moderna, all’identità
della quale contribuì anche conferendole un nemico
che in un certo senso svolse un ruolo unificante della sua
identità: il mondo musulmano. In questo senso l’impresa
si configura come un caso di ‘esportazione della violenza’,
un elemento non secondario della pacificazione almeno parziale
dell’Europa”. Le crociate non hanno invece allontanato,
ma nemmeno avvicinato – secondo Cardini –, Occidente
cristiano e Oriente islamico: esse in realtà “furono
il volto militare di un processo di scambio, di confronto,
d’integrazione, anche di reciproca conoscenza e di
reciproca stima, che ebbero i loro aspetti migliori nelle
vicende della storia degli scambi culturali e commerciali”.
BIBLIOGRAFIA.
Alphandéry P., La cristianità e l’idea
di crociata, Bologna, Il Mulino, 1974; Bridge A., “Dio
lo vuole”. Storia delle crociate in Terrasanta, Milano,
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crociate, Bologna, Il Mulino, 1986; Cardini F., Le crociate
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Europa e Islam. Storia di un malinteso, Bari, Laterza, 2001;
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crociata, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo,
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Crociata nell’Occidente cristiano, Bologna, Il Mulino,
2001; Le Goff, Il cielo sceso in terra. Le radici medievali
dell’Europa, Bari, Laterza, 2004; Leoni A., La Croce
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Edizioni Ares, Milano, 2002; Meschini M. (a cura di), Mediterraneo
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Prawer J., Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme,
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Richard J., La grande storia delle crociate, Roma, Newton
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crociata, Roma, Jouvence, 2000; Runciman S., Storia delle
crociate, Torino, Einaudi, 1966; Zaganelli G. (a cura di),
Crociate. Testi storici e poetici, Milano, Mondatori, 2004. |
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| COMMENTI |
04-05-2008 • Adriano Ferro
Mi sembra che commento migliore di quanto scritto all'inizio
dell'articolo non ci possa essere. La diseducazione che
si attua nella scuola europea da parte di insegnanti ignoranti
e faziosi e di libri di testo adottati dagli insegnanti
a loro immagine e somiglianza, è un gravissimo problema
attuale e urgente. Come affrontarlo - da ex insegnante di
scuola superiore - non saprei suggerire. Ne ha parlato ieri,
a Chioggia, in un'interessante intervista con il direttore
del quotidiano La Nazione, il presidente prof. Marcello
Pera. Chi ha qualche suggerimento da proporre si faccia
avanti.
|
09-10-2009•
Matteo Imperiali
Posso anche essere d'accordo con quasi la totalità
del testo.Tuttavia non concordo affatto sul fatto che i
militari nato-onu in Ex Jugoslavia abbiano difeso i bosniaci-musulamni
dall'idiozia omicida del nazionalismo serbo e croato. O
almeno non lo hanno fatto così bene come avrebbero
dovuto. Quando dico questo il pensiero corre, inevitabile,
a Sebrenica, strage compiuta sotto glio occhi dei caschi
blu francesi....Inoltre il concetto odierno di terrorista
andrebbe rivisto. Terrorista è colui, lo dice il
termine stesso, provoca terrore, quindi paura, insicurezza,
senso di desolazione. Terrorista è, senza alcun dubbio
alcuno, il kamikaze che si fa esplodere su un autobus, in
un mercato o che si getta con un camion contro un edifici
pubblico. terrorista è colui che uccide persone inermi
e non armate, i civili. Ma allora terroristi sono anche
i piloti nato che bombardano obiettivi civili e distruggono
scuole, ospedali, case, e infrastrutture civili.....
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19-11-2009•
Franco Masini
Bellissimo l'excursus storico di Carlo Cerbone (presumo
Prof di storia medioevale) e concordo pienamente, ci mancherebbe
altro! Non occorreva tanta sovrabbondanza di dati e correlazioni
in quanto siamo in moltissimi ad essere convinti che i Crociati,
anche se inevitabilmente vi forono fra loro alcuni "baronetti"
o secondi genniti (per non parlare dei terzi, quarti ecc!)
di scarsa fede ma di avide speranze, ebbene la maggior parte
venne in Palestina a liberarla dai Turchi, come si diceva.
Gli altri, i musulmani si sa che tirano l'acqua al loro
mulino! Mi meraviglia semmai l'accusa agli insegnanti della
nostra scuola che travisano non solo la storia, ma anche
le intenzioni degli altri, dei crociati intendo, a che titolo?
In che modo? su che cosa basano le loro accuse? Non saranno
frutto anch'esse della moda attuale di dare addosso al
Cattolico-Cristiano? Per quanto riguarda invece il rimedio
a tale assurda situazione proporrei che, a spese delle stato
e con urgenza, venga indetto un ciclo di conferenze tenute
dall'emerito Prof. Franco Cardini (del quale ho letto quasi
tutta la produzione editoriale) e che stimo moltissimo il
quale con quel suo simpatico accento senese (o aretino?),
ma soprattutto con la coscienza di vero studioso e non di
parte, come purtroppo avviene oggi, provvederà Lui
a divulgare la "vera scienza e conoscenza".
Grazie Franco Masini |
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Noi
siamo impegnati a riaffermare il valore della civiltà
occidentale come fonte di princìpi universali e
irrinunciabili, contrastando, in nome di una comune tradizione
storica e culturale, ogni tentativo di costruire un'Europa
alternativa o contrapposta agli Stati Uniti. |
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Siamo
impegnati a rifondare un nuovo europeismo che ritrovi
nell'ispirazione dei padri fondatori dell'unità
europea la sua vera identità e la forza di parlare
al cuore dei suoi cittadini. |
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| Siamo
impegnati ad affermare il valore della famiglia quale
società naturale fondata sul matrimonio, da tenere
protetta e distinta da qualsiasi altra forma di unione
o legame. |
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Siamo
impegnati a promuovere l'integrazione degli immigrati
in nome della condivisione dei valori e dei princìpi
della nostra Costituzione, senza più accettare
che il diritto delle comunità prevalga su quello
degli individui che le compongono.
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Siamo
impegnati a sostenere il diritto alla vita, dal concepimento
alla morte naturale, a considerare il nascituro come
"qualcuno", titolare di diritti che devono
essere bilanciati con altri, e mai come "qualcosa"
facilmente sacrificabile per fini diversi. |
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Siamo
impegnati a diffondere la libertà e la democrazia
quali valori universali validi ovunque, tanto in Occidente
quanto in Oriente, a Nord come a Sud. Non è al
prezzo della schiavitù di molti che possono vivere
i privilegi di pochi. |
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Siamo
impegnati a riconfermare la distinzione fra Stato e
Chiesa, senza cedere al tentativo laicista di relegare
la dimensione religiosa solamente nella sfera del privato.
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Siamo
impegnati a fronteggiare ovunque il terrorismo, considerandolo
come un crimine contro l'umanità, a privarlo
di ogni giustificazione o sostegno, a isolare tutte
le organizzazioni che attentano alla vita dei civili,
a contrastare ogni predicatore di odio. Siamo impegnati
a fornire pieno sostegno ai soldati e alle forze dell'ordine
che tutelano la nostra sicurezza, sul fronte interno
così come all'estero. |
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