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L’ITALIA E LA GRAN BRETAGNA:
UN CONFRONTO PER L’EUROPA |
di
Pierluigi Barrotta
(articolo tratto da "Libro
Aperto" - n° 49 Aprile-Giugno 2007) |
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I
due trattati di Roma furono firmati il 25 marzo del 1957.
Nessuno dubita che quei trattati diedero origine all’Europa
contemporanea. Le commemorazioni che si sono tenute in tutta
Europa per celebrarne il cinquantenario rappresentano un
omaggio dovuto, ma, allo stesso tempo, hanno dato l’opportunità
di ripensare il progetto europeo alla luce della sua non
sempre lineare storia. Soprattutto dopo il fallimento della
cosiddetta Costituzione europea, guardare indietro allo
spirito dei Padri Fondatori può essere un modo per
chiarire il nostro futuro.
Gli italiani quasi per definizione sono i più europeisti
tra gli europei. I britannici, ugualmente quasi per definizione,
sono considerati euroscettici. Vivendo in Gran Bretagna,
ho potuto assistere a numerosi dibatti a cui hanno partecipato
rappresentanti di entrambi i paesi – uomini politici,
studiosi e giornalisti. Molti di questi dibattiti sono stati
organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura –
che ho l’onore di dirigere – precisamente allo
scopo di mettere a confronto punti di vista così
lontani da sembrare inconciliabili. Agli amici di Libro
Aperto, vorrei sottoporre alcune mie riflessioni, che nascono
anche dai risultati di questi incontri.
Come tutti gli italiani, anch’io sono un “euroentusiasta”.
Tuttavia, ciò non deve nascondere il fatto che l’europeismo
degli italiani (o, per meglio dire, l’europeismo della
maggioranza degli italiani, quello radicato nel senso comune)
è a volte ingenuo e superficiale. In uno dei suddetti
incontri, un autorevole uomo politico italiano ha avuto
una battuta felice: “se gli italiani leggono sui giornali
che la Commissione Europea è in disaccordo con il
loro governo, la prima cosa che pensano è: la Commissione
ha ragione; e questo prima ancora di leggere il motivo del
disaccordo”. In questa battuta, ritroviamo uno dei
motivi dell’acceso europeismo degli italiani. In molti
casi, il nostro europeismo non nasce da valori in positivo,
ma da qualcosa che deve essere definito in negativo: la
sfiducia verso il nostro governo, il nostro Stato e, in
generale, le nostre istituzioni. Si tratta di un presupposto
concettuale forse in una certa misura giustificabile, ma
comunque assai pericoloso, perché impedisce di capire
l’evoluzione dell’Europa con intelligenza critica.
Si prenda il caso della Costituzione europea proposta e
bocciata nel 2005 da Francia e Olanda con un referendum.
In Italia, si è data per scontata la sua approvazione.
Ancora oggi, non mancano coloro che ne tessono gli elogi.
Mi permetto di dissentire. È un testo che sembra
fatto apposta per dare fiato agli argomenti degli euroscetici.
Innanzitutto, la stessa terminologia usata è fuorviate:
non era, né poteva essere, una Costituzione nel senso
proprio del termine. Per chiarire il punto è sufficiente
fare un confronto con la Costituzione americana, probabilmente
una delle migliori al mondo. Nell’edizione che ho
qui con me, la Costituzione americana consta di 15 pagine,
che diventano poco più di venti se si aggiungono
i vari emendamenti. In questa Costituzione, sono chiaramente
espressi i vari poteri, le istituzioni che li rappresentano,
insieme ai loro limiti e competenze. Ogni cittadino americano
la può leggere e capire in poco tempo. La cosiddetta
Costituzione europea consta di oltre 250 pagine (nella versione
reperibile su internet). Comincia con alcune dichiarazioni
di principio per finire a occuparsi di questioni come la
situazione socio-economica delle Azzorre e persino della
salute fisica e morale dei giovani sportivi (leggere per
credere: art. III/182). Come in un autentico Zibaldone,
nel testo si trova di tutto (come per lo slogan della RAI,
si potrebbe dire “di tutto e di piu“). Molto
onestamente, gli stessi estensori hanno ammesso che è
stato un madornale errore aggiungere nel testo tutta la
parte terza. I cittadini europei non avevano possibilità
alcuna di orientarsi in una “Costituzione” del
genere. In realtà, si è chiesto loro di dare
una fiducia acritica sul buon operato dei novelli “Padri
fondatori”. Con queste premesse, si può dare
torto agli euroscettici quando affermano che l’Europa
è un qualcosa di estraneo e di lontano dai cittadini?
In Gran Bretagna, il sentimento antieuropeista è
cresciuto notevolmente negli ultimi anni. Se ancora qualche
anno fa Tony Blair, uno dei leader britannici più
filoeuropei, poteva cercare di vincere un referendun sulla
Costituzione europea o sulla moneta unica, oggi nessuno
esponente politico, con l’unica eccezione dei liberali,
osa persino proporre questi temi. Un esempio tra tutti:
Kenneth Clarke, un prestigioso conservatore un tempo favorevole
alla moneta unica, ha fatto pubblica ammenda dicendo di
aver commesso un errore! Come ho detto, certo europeismo
sembra fatto apposta per impedire il processo di unificazione
europea. In Italia, anziché ribadire ad ogni passo
i grandi ideali dell’Europa, si dovrebbero cercare
di capire le tesi di chi dell’Europa non è
affatto entusiasta. La più grossa sciocchezza che
si sente ripetere riguarda la contrapposizione tra “egoismi”
nazionali, di cui sarebbero fautori gli euroscettici, e
lo slancio ideale degli europeisti. Non ci vuole una grande
dose di realismo per capire che l’Europa come entità
politica ha un futuro solo se si riesce a mostrare come
gli interessi nazionali di lungo perido coincidano con il
processo di unificazione.
Un altro tema rilevante, oggi assai attuale, riguarda l’ingresso
della Turchia nella Comunità europea. Su questo argomento,
sorprendentemente, gli euroscettici britannici si trovano
d’accordo con gli europeisti italiani. Ed anche in
questo caso, purtroppo, certo filoeuropeismo sembra fatto
apposta per dare ragione alla parte avversa.
Negli incontri avuti all’Istituto Italiano di Cultura,
l’unico britannico contrario all’ingresso della
Turchia si è rivelato uno dei rari conservatori favorevoli
alla progressiva unificazione europea: Quentin Davies, leader
del Conservative Group for Europe. Gli argomenti di Davies
non riguardano affatto la cristianità dell’identità
europea, messa in pericolo dall’ingresso di un paese
a schiacciante maggioranza musulmana. A differenza dei conservatori
americani, il conservatorismo britannico è sempre
stato poco incline a vedere nella religione un fattore di
coesione sociale. Piuttosto, Davies ritiene che la Turchia
non dia sufficienti garanzie di democrazia e di liberalismo.
Troppe sono le condizioni che la Turchia dovrebbe soddisfare
per entrare in Europa, dalla questione curda a quella di
Cipro, dai diritti civili al sistema carcerario, dal timore
fondamentalista a quello (contrapposto) del ruolo dei militari.
Ovviamente, Davies è consapevole che tutte queste
questioni sono oggetto di contrattazioni. Tuttavia, ed è
questo il punto della sua argomentazione, trattative lunghissime,
in cui ogni volta questo o quell’argomento diventa
la cartina di tornasole della democraticità della
Turchia, possono solo alla fine esasperare l’opinione
pubblica turca, generando una rivolta contro un’Europa
vista come saccente e arrogante. Il risultato, chiaramente
paradossale, è che i fautori del dialogo amichevole
verso la Turchia ne favorirebbero l’affossamento.
Molto meglio, argomenta Davies, uscire da una situazione
diventata imbarazzante e auspsicare un serio trattato bilaterale
che consenta un maggiore scambio economico e culturale tra
la Turchia e l’Europa. Personalmente, ritengo che
le osservazioni di Davies siano molto pertinenti. Da quello
che si legge sui giornali, vi sono già segnali di
una crescente irritazione dell’opinione pubblica turca
verso l’Europa.
Infine, vorrei sottolineare quello che mi è sembrato
il punto più interessante del dibattito tra gli europeisti
italiani e gli scettici britannici. In Italia, si è
portati a credere che lo scetticismo britannico equivalga
ad una politica isolazionista nei confronti dell’Europa.
I britannici, si dice, credono solo in un comune mercato
europeo, per il resto sono ostili a qualunque forma di cooperazione.
È un’immagine della posizione britannica assai
parziale. Come hanno mostrato i dibattiti organizzati dall’Istituto
Italiano di Cultura, i britannici sono invece assai favorevoli
a processi di cooperazione. Sono invece contrari alla prefigurazione
di uno Stato europeo. In una sorta di fantasiosa anarchia
istituzionale, i britannici auspicano una fitta rete di
trattati bilaterali, a seconda delle esigenze e degli interessi
di ciascun paese. Se due paesi mostrano convergenze economiche
e sociali, la cooperazione può diventare molto stretta,
anche se comunque focalizzata su punti specifici. Se mai
si arriverà ad uno Stato europeo, ciò potrà
avvenire solo attraverso un lento processo evolutivo, per
così dire dal “basso”, non attraverso
l’attivismo “costruttivista” (riprendo
un termine reso popolare da von Hayek) che si caratterizza
per i gli incessanti esperimenti di ingegneria istituzionale.
È un’immagine di Europa che può non
piacere. Si presta sicuramente ad obiezioni. Tuttavia, in
Italia meriterebbe di essere discussa con maggiore attenzione.
Il nostro filoeuropeismo, tanto acceso quanto acritico,
ci rende impreparati ad un serio dialogo per l’Europa. |
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